Kendrick Lamar

To Pimp A Butterfly

2015 (Aftermath Entertainment) | hip-hop

Dai fasti di “Section.80” e dell'acclamato "Good Kid, M.A.A.D City" ad oggi, Kendrick Lamar ha aumentato esponenzialmente la propria fama, passando in un solo scatto dallo status di rapper alternativo dalle grandi promesse a quello di nuovo "messia" della musica nera. Un salto spropositato, dovuto in parte a certi facili entusiasmi mediatici posti al di là dell’Atlantico, o più semplicemente generati da quella necessità fisiologica di individuare ad ogni costo, e a cadenza quasi regolare, una nuova stella su cui tessere fiumi di lodi e a cui affidare il verbo dell’hip-hop più impegnato. E così, l’ex-ragazzino di Compton si è ritrovato improvvisamente a dover esaudire aspettative per certi versi fuori dalla propria portata odierna, nonostante l’appoggio di campioni assoluti della scena black contemporanea, quali Flying Lotus, Thundercat, Pharrell Williams, Dr. Dre ma anche di inarrivabili maestri del passato come George Clinton e Ronald Isley.
“To Pimp A Butterfly” nasce dunque già segnato, in quanto album predestinato al successo e all’immediata gloria. Un disco incredibilmente pretenzioso che tenta di collocarsi fin da subito tra i pesi massimi della black music, presentandosi come opera totale e totalizzante capace di racchiudere tutto e il suo contrario. Fiati e battito, modulazioni jazzy e riverenza Motown. Lamar non bada a “spese” e getta nella mischia le proprie velleità, forte di una spinta produttiva assoluta. I dettagli e i vari inserti vengono curati in maniera quasi maniacale, mentre i testi affondano in un oceano di sferzanti esternazioni atte a descrivere storie di schiavismo moderno, inquietudine urbana, ma soprattutto l’infame ciclo che spesso caratterizza la carriera di tantissimi rapper statunitensi, in un vortice di fama, successo e inevitabile decadimento, fino a celebrare l’essenza del black power attuale.

L’approccio sonoro di base è invece inesorabilmente legato alla cara formula old school, gonfiata attraverso massicce dosi g-funk, soul e inaspettati elementi terzi come la base di “All For Myself” di Sufjan Stevens (tratta da “The Age of Adz”) inserita per l’occasione in “Hood Politics”. Al contrario di tanti rapper dalle uova d’oro, Lamar è un ragazzo “introverso”, tutt’altro che spavaldo. Le sue provocazioni trovano sfogo esclusivamente mediante una scrittura saldamente ancorata alle vicissitudini dell’amatissima e martoriata periferia losangelina, dalla quale Kendrick trae sistematicamente spunto per formulare la propria visione dell’universo black in tutte le sue sfaccettature, tra i soliti proclami politici e le immancabili dichiarazioni d’appartenenza alla razza. In tal senso, è emblematica la copertina dell’album raffigurante una schiera di uomini neri piazzati davanti la Casa Bianca con ai piedi il corpo senza vita di un giudice bianco. Sono gli effetti più tangibili del riacuirsi di vecchie ferite, in realtà mai spente, tra uomo bianco e uomo nero, tra poliziotti bianchi e nigger di strada. Cicatrici riaperte profondamente dai recenti episodi di cronaca che hanno alimentato nuove proteste da parte della comunità afroamericana, soprattutto dopo i tristi fatti di Saint Louis, Madison e New York. Mentre il titolo dell’album strizza l’occhio al celebre bestseller di Harper Lee, “To Kill A Mockingbird”, in Italia meglio noto come “Il Buio Oltre La Siepe”.
Kendrick si sente dunque come una farfalla che non riesce a volare come vorrebbe, paralizzata ancora una volta dal predominio pressante della bianca casta. Tale umore regna sovrano nei meandri del disco. Mentre l’ombra del rimpianto e oltremodo venerato 2 Pac spunta a più riprese dal proprio cassetto. E non è un caso che Lamar abbia deciso di far coincidere l’uscita del suo terzo disco in prossimità del ventennale di “Me Against The World”, l’opera forse più amata del rapper newyorkese.

L’inizio dell’album è di quelli strabilianti. Il binomio “Wesley's Theory”/”King Kuta”, intervallato dal primo dei due intermezzi del lotto, “For Free”, punta moltissimo sulle linee di basso aliene e conturbanti di Thundercat, mentre il flow, pulito e sinuoso, segue andazzi vecchi maniera. Ad aprire le danze sono le parole tratte dalla celebre “Every Nigger Is a Star” di Boris Gardiner, mentre l’intera traccia affronta mediante un’avvincente metafora il contrasto tra l’industria dell’intrattenimento retta dai bianchi e l’artista/musicista nero, costretto a ripiegare nell’angolo. L’episodio da cui Lamar trae ispirazione per ribadire il concetto è legato alla vicenda giudiziaria dell’attore Wesley Snipes, a cui il governo degli Stati Uniti rimproverò di aver evaso il fisco avvalendosi di un’improbabile “Tax Protester Theory”. Il mantenimento del proprio successo dagli avvoltoi “assassini” dell’industria discografica è affrontato con il consueto carico di ostilità e veementi imprecazioni.

L’ottima “King Kuta” narra dello schiavo di colore Kunta Kinte, vissuto in Virginia nel diciottesimo secolo, qui eretto a simbolo di indipendenza dall’uomo bianco, dopo aver rifiutato a più riprese di cambiare nome e dunque di integrarsi nella società dello schiavismo, provando anche a fuggire ben quattro volte dalla catene prima di cedere la propria gamba onde evitare di ricevere la castrazione come punizione ultima (“Now I run the game got the whole world talkin', King Kunta/ Everybody wanna cut the legs off him, (King) Kunta/ Black man taking no losses/ Bitch where was you when I was walkin'/ Now I run the game, got the whole world talkin', King Kunta").
Musicalmente più morbida è la successiva “Instituzionalized”, stavolta in compagnia di Anna Wise, del cantante Bilal e dell'amico Snoop Dogg. Al contrario dell’incedere vagamente soulful privo di un’effettiva resa emotiva, le parole denunciano impietose l’avvenuta istituzionalizzazione del dollaro onnipotente nei tessuti più disparati delle società americana. Per Lamar non esistono distinzioni. Dal più ricco al più povero, sono tutti schiavi del dio denaro, tutti vittime impaurite della sua follia. Il rapper di Compton non usa mezzi termini e condanna sistematicamente l’intero sistema, ponendo il cambiamento di prospettiva come unica fonte di salvezza da tale scempio.

Ciò che genera le prime concrete perplessità circa l’effettiva bontà dell’opera è la discrepanza tra la qualità suprema di certi testi e l’impalcatura sonora ricca di spunti e condimenti d’annata, nel complesso saggiamente organizzata, ma scevra dall’emotività effettivamente richiesta, con melodie troppe volte sospese in un limbo di sensazioni ibride e difficili da interiorizzare, che non sempre lasciano il segno promesso (su tutte l’effimera e laccata ripartizione neo-soul di “These Walls”).
Al di là dello stagno, troviamo invece la tormentata digressione in salsa vagamente free-jazz di “U” con tanto di campionamento da “Loving You Ain't Complicated” del rapper e amico di Sacramento Whoarei. E’ un Lamar ancora una volta stordito e afflitto dai tormenti interiori, in netta contrapposizione alle parole di speranza e al soul-funk frizzante di “I” posta verso la coda del disco (“These days of frustration keep y'all on tuck and rotation/ Come to the front/ I duck these cold faces, post up fi-fie-fo-fum basis/ Dreams of reality's peace/ Blow steam in the face of the beast/ Sky could fall down, wind could cry now/ Look at me motherfucker I smile”).
Al contrario, “Alright” esorcizza i fantasmi della traccia precedente con tanto di sax caldissimo in bella mostra e andamento ancora una volta molle, introducendo di fatto la figura di Lucy, abbreviazione di Lucifero (“I remembered you was conflicted/ Misusing your influence, sometimes I did the same/ Abusing my power full of resentment/ Resentment that turned into a deep depression/ Found myself screamin' in the hotel room/ I didn't wanna self destruct/ The evils of Lucy was all around me/ So I went runnin' for answers”), mentre il successivo secondo intermezzo dell’album critica pesantemente la cultura bling e quel legame malefico che intercorre tra la firma di un qualsivoglia contratto discografico e l’avvento di una vita densa di ricchezze e gloria. L’atmosfera stavolta sonda rarefazioni soul cristalline, degne del miglior Jon Lucien (!), contrapponendosi metaforicamente alla materialità sterile del successo da ottenere ad ogni costo. La seguente “Complexion”, con Snow Hill aka Rapsody, è southern-soul allo stato puro, beat dimesso e ondulante a dar man forte (?) a parole di amore e pace collettivo da diffondere a prescindere dal colore della propria pelle.

Di ben altro spessore è l’infuocata disanima palesata in “The Blacker the berry”, nella quale Lamar contraddice in parte la propria venerazione black attraverso riflessioni contrastanti (“Black and successful, this black man meant to be special/ Katzkins on my radar, bitch, how can I help you?/ How can I tell you I'm making a killin'?/ You made me a killer, emancipation of a real nigga”), confermando un improvviso sdoppiamento di personalità, e segnalando così una non precisata imprevedibilità umorale, altrettanta dichiarata ipocrisia, ma soprattutto caos e sgomento interiore.
Nella conclusiva “Mortal Man”, l’omaggio all’idolo di sempre, il già citato Tupac Shakur, è incondizionato e definitivo, con Lamar che si sostituisce al giornalista svedese che intervistò l’illustre rapper nel 1994. Il tutto condito da impercettibili variazioni jazzy poste da tappeto e alla stregua dei migliori manipolatori dell'illustre circolo Stones Throw di Chris Manak.
In definitiva, “To Pimp a Butterfly” trae linfa vitale dalla lezione secolare dei vari Nas e 2Pac, fino a raggiungere i seminali A Tribe Called Quest, frullando all’occorrenza Outkast e derive soul d’annata con opportuna maestria. Ciò che lascia un po’ di amaro in bocca è il divario che intercorre tra le parole spiattellate ancora una volta al meglio, una produzione super e l’effettiva resa melodica di alcuni pezzi. Tutto scorre segnalando una grandissima cura dei particolari sonori e dei testi, ma in più di un’occasione poco resta effettivamente dentro. Molti sono già pronti a salutare questo disco come pietra miliare dell’hip-hop contemporaneo, magari spinti, e opportunamente sedotti, dalla magniloquenza intrinseca dell’opera e dal suo apparecchiamento. Un eccesso di fiducia e stima che purtroppo non trova totale riscontro emotivo. E che di certo non giova al pur sempre bravo rapper statunitense, dal quale è più che lecito attendersi ancora di più.

(03/04/2015)

  • Tracklist

1. Wesley's Theory ft. George Clinton and Thundercat
2. For Free? (Interlude)
3. King Kunta
4. Institutionalized ft. Bilal, Anna Wise, and Snoop Dogg
5. These Walls ft. Bilal, Anna Wise, and Thundercat
6. u
7. Alright
8. For Sale? (Interlude)
9. Momma
10. Hood Politics
11. How Much A Dollar Cost ft. James Fauntleroy and Ronald Isley
12. Complexion ft. Rapsody
13. The Blacker the Berry ft. Assassin
14. You Ain't Gotta Lie (Momma Said)
15. i
16. Mortal Man

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