Leafcutter John

Resurrection

2015 (Desire Path) | electro, digital

Membro co-fondatore dell’ensemble electro-jazz britannico dei Polar Bear, John Burton inizia in realtà la sua carriera di sperimentatore con due dischi di musica aleatoria a nome Leafcutter John, “Concourse E.E.P” (2000) e “Microcontact” (2001), con cui esplora le possibilità atonali e seriali della glitch digitale.

Con “Housebound Spirit” (2003) Burton entra nel vivo della sua carriera, ambendo a sfumare il confine tra producer elettronico e compositore d’avanguardia, riuscendo in certi casi a imbastire piccoli poemetti elettroacustici. Il vero exploit però è nel successivo concept “The Forest And The Sea” (2006), in cui abbraccia con decisione il suo alter-ego di cantautore chitarra acustica-voce, per uno dei dischi più emozionanti di tutta la folktronica dei 2000.

A parte un live (“Tunis”, 2010) e la colonna sonora per la pièce tetrale di Ted Hughes, “Crow” (2012), Burton abbandona per quasi dieci anni il progetto Leafcutter John, dedicandosi ai nuovi album dei Polar Bear e pure varando un’avventura briosa come Melt Yourself Down.
Il ritorno del suo moniker ha un titolo a dir poco didascalico, “Resurrection”, ma la traccia eponima di 11 minuti è per la maggior parte il suo lascito più disgiunto di sempre. Muraglie di barriti stellari, un beat in forma di cigolio malinconico, metafisici vagiti Robert Wyatt-iani convergono solo alla fine in un mite swing danzante, forse un po’ rinunciatario.

Gli 8 minuti “I Know You Can” riprendono all’inizio la sua tipica alea digitale, qui però frenetica, prossima a un radiowork di John Cage, e sfaccettata, fradicia di suoni concreti. Anche in questo caso la struttura si regolarizza, pur mantenendo una qualità onirica, associando una fascia d’organo a un canto alieno, e incalzando una danza tuareg sempre più poliritmica.
Dopo un paio di brevi interludi (soprattutto il caotico quadretto elettroacustico di “Endless Wave”), l’opera chiude con una lunga e aritmica “Gulps”, pernacchiette di clarino minimalista sommerse da un immane "om" galattico, una “Jesus Never Failed Me Yet” di Gavin Bryars in versione, se possibile, anche più ultraterrena.

Ispirato, per ammissione di Burton, al “De Natura Sonorum” di Bernard Parmegiani e allo tsunami che devastò il Giappone settentrionale nel 2011. Oltre a pochi sparuti musicisti di corredo, la sua scultura acustica è supportata da tecniche e software da lui stesso progettati: un dispositivo che controlla il suono tramite la luce, e un algoritmo che in “Gulps” riprocessa e sovrappone sette miliardi di volte il suono del Mare del Nord. Spontaneo quanto un bozzetto a mano libera, sontuoso quanto un mosaico, pulsante quanto un fiotto di linfa. Al quinto album in quindici anni, Burton trascende il binomio uomo-macchina e ne fa sguardo universale. Solo in vinile e download.

(15/05/2015)

  • Tracklist
  1. Resurrection
  2. I Know You Can
  3. Music Under The Water
  4. Endless Wave
  5. Gulps
Leafcutter John on web


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