Lubomyr Melnyk

Rivers And Streams

2015 (Erased Tapes) | post-minimalism

Lo streaming integrale dell'album è un'anteprima esclusiva per OndaRock.

Oltre trentacinque anni di pubblicazioni discografiche, pur con lunghi periodi di inattività, e solo ora la prodigiosa invenzione di Lubomyr Melnyk giunge alle orecchie del grande pubblico. Anni in cui, peraltro, il minimalismo nelle sue varie forme non è certo stato un culto esoterico, e anzi un linguaggio sempre più pervasivo e “abusato”, dalle nuove leve della modern classical ai più scaltri autori di musiche per la pubblicità.
Rimanendo estraneo alla composizione tradizionale, Melnyk ha proseguito nello studio e nell'affinamento della tecnica del continuous piano, come un paziente tessitore che man mano impara a far emergere nuovi dettagli dalle proprie decorazioni. Due anni fa l'arte del pianista ucraino giungeva forse alla sua svolta più decisiva: da un lato l'uscita di “Windmills”, coronamento del corso melodico della sua produzione recente; dall'altro, l'esordio sulla notoria label Erased Tapes con “Corollaries” e l'Ep “Evertina” – per certi versi un compromesso, in termini di sound, tra neoclassicismo ed echi new age.

Potrà anche sembrare banale, ma l'immagine che tuttora rappresenta al meglio il costante divenire della musica di Melnyk è proprio quella del corso d'acqua, l'eterno fluire e rinnovarsi della risorsa vitale che è sempre stata tra le più alte ispirazioni poetiche della natura. Non è la forza prorompente delle cascate e dei nubifragi, ma il placido avanzare di fiumi e torrenti, il percorso obbligato che dalla “nascita” sulle cime innevate giunge al “trapasso” nella vastità del mare.
“Rivers And Streams” riparte, dunque, dalla vera essenza dell'artista e della sua inconfondibile tecnica: in queste “torrenziali” suite, infatti, il procedimento di carattere post-minimalista non è strettamente riconducibile né alla ripetizione ossessiva né al phasing, seguendo invece la stratificazione di un arpeggiare sempre più rapido e acusticamente denso, grazie al riverbero prodotto dal sustain del pedale. Un prodigio che risale alla “Strumming Music” di Charlemagne Palestine ma che nelle mani di Melnyk viene vivificato da un'armonia la quale, dopo alcuni minuti, sembra alfine trascendere la sensibilità umana e sfiorare la supercoscienza divina.

È specialmente vero nel dittico finale “The Amazon”: una corrente inarrestabile di note che atterrano in maniera quasi aleatoria su un tempo variabile, seguendo le logiche che solo la natura può conoscere. Tra questi flutti, il controcanto ancestrale del flauto coreano di Hyelim Kim è come il richiamo di un uccello selvatico che ha abitato le fronde della foresta per millenni.
Di puro accompagnamento è invece il ruolo del chitarrista Jamie Perera nei brevi episodi centrali: il suo arpeggiare pacifico su due accordi insegue come un'ombra i tasti del piano, in maniera efficace benché del tutto opposta al raddoppio melodico di James Blackshaw in “The Watchers”.
Ma uno dei momenti più intensi risulta essere anche quello più atipico per le corde di Melnyk: “The Pool Of Memories” raduna una varietà di sentori romantici intrisi di nostalgia autunnale, nella stessa maniera con cui le poesie senza parole di Vàli tratteggiavano il decadimento della vita boschiva alle porte del gelo.

L'arte e la vita fanno il loro corso: dapprima cadenzate, poi strabordanti, terminando in un tintinnio delicato che si affievolisce ma non si spegne davvero, sfociando in un bacino che attende soltanto di risalire alla fonte.

(24/11/2015)

  • Tracklist
  1. Parasol
  2. The Pool Of Memories
  3. Sunshimmers
  4. Ripples In A Water Scene
  5. The Amazon: The Highlands
  6. The Amazon: The Lowlands
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