Marika Hackman

We Slept At Last

2015 (Dirty Hit) | songwriter

Di questi tempi, imparare a prendersi i propri tempi (mi scuserete per l'infelice, quanto però necessario, gioco di parole) sembra essere diventato un privilegio per pochissimi, una sorta di tesoro raro da custodire con la dovuta gelosia, lontano da occhi indiscreti e mani avide. Nonostante il suo essere pienamente figlia di un'epoca che della convulsione e della fretta ha fatto il suo faro guida, al punto da immolare i suoi idoli con la stessa velocità con cui li ha creati, la giovanissima cantautrice inglese Marika Hackman fa parte di questa categoria eletta, uno spirito libero capace di affrancarsi da pressioni e aspettative e covare i frutti della sua arte con la dovuta calma, al riparo dalle troppe sollecitazioni esterne. Certo, nel durante c'è stato un buon nugolo di Ep a saziare in parte l'attesa degli estimatori e ad accrescere la curiosità attorno al nome della musicista, ma si trattava alla fine soltanto di scorci: per quanto interessanti potessero essere (e lo sono stati, specialmente l'ottimo “That Iron Taste” del 2013) vi era poco che riuscisse a eguagliare la potenza, d'immaginario e di scrittura, che invece propone l'eccellente “We Slept At Last”, primo album in una carriera che a questo punto si spera fulgida, costellata di quei successi che un'altra giovane del cantautorato inglese ha saputo racimolare nel corso degli ultimi anni.

Vi venisse però in mente di paragonarla, artisticamente parlando, a miss Marling (a cui è comunque legata per un'intensa attività live ad apertura delle esibizioni di quest'ultima), sareste totalmente fuori strada. Probabilmente, vi trovereste comunque nella stessa situazione se tentaste di confrontare l'operato della ventitreenne con qualunque tra i suoi colleghi, che siano in attività o meno. Con la collaborazione in fase di produzione di Charlie Andrew (già alla corte di Eugene McGuinness, alt-J, Rae Morris), e con un approccio compositivo che non teme di addentrarsi in lande impervie, la Hackman ha compiuto nell'arco di dodici brani un piccolo miracolo, di fatto scrivendo un'autentica pagina a sé del moderno canzoniere britannico.
Minimale anche nel disporre di uno spettro strumentale tutt'altro che ridotto (l'autrice si muove con scafatezza tra chitarre, basso, batteria), figlio di un approccio ben poco accostabile ai comunque eclettici e poliedrici discorsi del nuovo folk all'inglese, l'album della songstress dell'Hampshire vive di suggestioni suggerite e ambientazioni nascoste dall'ombra, di oscurità e sparute luci all'orizzonte, di riflessioni e malinconia, di una bellezza perversa, strisciante, che si cela nei dettagli, e si schiude ancora una volta con la dovuta lentezza. Un autunno dell'anima che non conosce sosta, ma non per questo si appiattisce a una stanca monodimensionalità.

Nessuna concessione a spente atmosfere gotiche o a un essenziale rigore di matrice neo-medievale: la Hackman opera di contrasti sottili quanto stringenti, sa declinare il piglio cogitabondo dei testi e della propria voce in una larga varietà di registri e impronte stilistiche, che col folk anche in senso lato mantiene soltanto radissime attinenze, a vantaggio di un'impronta più articolata e imprendibile, dalla sorprendente mutevolezza. Il singolo di lancio “Drown”, con il picking ostinato di acustica e il soffuso pattern percussivo, individua quindi un percorso del tutto particolare nel cantautorato più atmosferico, con quel piglio melodico tra il meditativo e il tenebroso, che da un lato non scollina mai nella vaporosità del canto ambientale, e dall'altro rimane sospeso a mezz'aria, prima che ritmiche o arrangiamenti si inaspriscano ulteriormente e veleggino verso più solidi richiami pop.
Non che spunti più popolari non si palesino qua e là; Marika conosce bene quei meccanismi e sa costruire una canzone dai toni più decisi e “appetibili” senza snaturare la propria essenza. Dal secondo singolo “Animal Fear”, con i foschi intarsi di chitarra e tastiera, ai fraseggi più svagati, quasi bucolici, di “Ophelia” (praticamente tutta un lungo ritornello), non vi è assenza di episodi più diretti e immediati, a ulteriore arricchimento di un'esperienza d'ascolto già di per sé fortemente sfaccettata.

Ne risulta però un fascino notevolmente accentuato quando la composizione predilige fughe da mezzi espressivi più “canonici”, situandosi nel mezzo di un crocevia in pieno fermento nel quale incenerire ogni identità di genere. Prendono così forma il rock dalle fogge mutanti (ma sempre coerentemente minimali) di “Open Wide”, con il memorabile bridge di elettrica a fluttuare in un mare di inquietudine, la severità d'impianto di “Claude's Girl”, imperniato su un refrain privo di parole, l'ariosità di fiati che accompagna e incanta il pur sommesso disegno melodico di “Monday Afternoon”, in un equilibrio di giustapposizioni che in tempi recenti giusto Serafina Steer ha saputo interpretare con analoga dimestichezza: nel suo instancabile girovagare tra modalità comunicative mai uguali a se stesse, eppure volte all'analisi di un parco lirico in fondo determinante, la Hackman sviluppa insomma con assoluta completezza di esito un'indagine di rilievo primario nel cantautorato contemporaneo, giocando con coraggio e grinta ogni carta a sua disposizione. Oltre le barriere e i sempre più ristretti steccati fruitivi, un'opera che profuma di autentica libertà.

(17/03/2015)

  • Tracklist
  1. Drown
  2. Before I Sleep
  3. Ophelia
  4. Open Wide
  5. Skin
  6. Claude's Girl
  7. Animal Fear
  8. In Words
  9. Monday Afternoon
  10. Undone, Undress
  11. Next Year
  12. Let Me In




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