Mark Ronson

Uptown Special

2015 (Columbia) | funk-pop, synth-soul

Mark Ronson è solo un abile mestierante. E ci sta pure sulle scatole perché è uno di quelli insostenibilmente cool sempre circondati da belle donne e dry Martini. Non a caso è stato cresciuto tra Londra e New York da una ricca famiglia d'arte ebrea da stereotipo woodyalleniano e introdotto allo showbiz fin da piccolo, tanto che una volta ha avuto Michael Jackson a fargli da babysitter (certo, quest'ultima cosa per alcuni potrà non sembrare chissà quale fortuna). Comunque sia, è viziato bene; basta guardarlo nelle interviste mentre fa l'affabile ma in realtà, da dietro l'occhiale scuro, osserva l'interlocutore con l'aria vagamente annoiata di chi sa già tutto e non dovrebbe spendere una parola per ribadirlo.

Mark Ronson, però, è anche uno che sa fare il suo lavoro come pochi altri; ha lanciato Amy Winehouse al mondo e prodotto decine di altri artisti famosi, fa il dj alle serate più esclusive del pianeta, va a cena con gli attori di Hollywood e realizza dischi zeppi di superospiti. E' anche uno dei pochi produttori bianchi ai quali è concesso rubacchiare idee alla black music e riapplicarle alla sua musica da middle class senza essere tacciato di sacrilegio, anzi viene pure lodato per quello che fa.
Non solo, a questo giro Ronson ha infilato anche un singolo come "Uptown Funk", ovvero il miglior tormentone da anni a questa parte, perfetta sintesi tra funk, pop e sbruffonaggine new jack swing intonata dall'inarrestabile Bruno Mars. Attualmente in vetta alle classifiche di mezzo mondo, e già traccia con più streaming ottenuti in una settimana nella storia del Regno Unito, "Uptown Funk" è l'ennesima riprova che anche il più spudorato dei vintage, se propriamente congegnato e svecchiato ad arte, non muore mai.

Mark Ronson dunque è fastidiosamente abile. Dopo le divagazioni synth del precedente "Record Collection", "Uptown Special" è il suo quartogenito "americano", concepito durante un viaggio in compagnia di Jeff Bhasker e lo scrittore Michael Chabon (che firma diversi testi), alla riscoperta di quel funky-soul anni 80 stiloso e patinato da gita domenicale in Cadillac.
La ricetta è sempre zeppa di ospiti, ma Ronson sa come scongiurare la parata di stelle fine a sé stessa, così che i pezzi cantati dal fido Andrew Wyatt fluiscono col rapper Mystikal ("Feel Right"), e il gospel-soul dell'unica ospite femminile Kenyone Starr ("I Can't Lose"). La vocetta di Kevin Parker (Tame Impala) unita a calde tastiere sfuocate crea momenti quasi chill-wave ("Daffodils"), oppure gigioneggia prigramente sull'amaca ("Summer Breaking"). Tutto scorre con innata freschezza, tolti intro e outro (sui quali un certo Stevie Wonder suona l'armonica) rimangono 9 pezzi per poco più di mezz'ora di musica - moderno, eppure retrò come un vinile.

Mark Ronson è un gran paraculo, insomma. Crea il nulla, ruba da tutti, si circonda di gente giusta e ci rivende la solita minestra, ma ci aggiunge quel paio di gustosi ingredienti segreti senza i quali pare non si possa proprio fare a meno. La sua è popmuzik stilosamente venata di nero, rinfrescante, accattivante ma soprattutto fruibile. Muoviamogli qualche altra critica ("nulla di nuovo" oppure "eh, ma così è troppo facile") ma a Mark Ronson sicuramente fregherà meno di zero, al massimo dello sforzo si trasforma in Miranda Priestly e ci liquida con un languido that's all.

(24/01/2015)



  • Tracklist
  1. Uptown's First Finale
  2. Summer Breaking
  3. Feel Right
  4. Uptown Funk
  5. I Can't Lose
  6. Daffodils
  7. Crack In The Pearl
  8. In Case Of Fire
  9. Leaving Los Feliz
  10. Heavy And Rolling
  11. Crack In The Pearl, Pt. II




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