Matana Roberts

Coin Coin Chapter Three: River Run Thee

2015 (Constellation) | avant-jazz

Sfidando le perplessità critiche degli esordi, con “Coin Coin Chapter One: Les Gens De Couleur Libres” Matana Roberts ha messo in gioco una quantità enorme di emozioni e idee, ricucendo il jazz con le sue origini e nello stesso tempo ampliandone le prospettive. La sassofonista di Chicago si candida sempre di più come l’erede spirituale di Albert Ayler, Archie Shepp e John Coltrane, anche se le sue frequentazioni con Tortoise e Godspeed You! Black Emperor hanno disorientato i puristi del jazz, ma in converso hanno attratto fruitori occasionali a un linguaggio musicale più complesso.
Il secondo capitolo “Coin Coin Chapter Two: Mississippi Moonchile” ha confermato che il progetto è più simile a un'installazione virtuale che a una serie di album cronologici: con la contrazione a soli sei musicisti si è rafforzata l’epica e il linguaggio, quest’ultimo il vero strumento dell’artista.

Giunti al terzo capitolo, le atmosfere sono improvvisamente cupe e solitarie: non c’è blues o jazz o altro, qui tutto è stato zippato, compresso, per ridurre ogni elemento a quello che oggi amiamo definire drone-music. L’elemento narrativo è ancor più preminente: “Coin Coin Chapter 3: River Run Thee” si defila dal jazz e scopre field-recording, loop e registrazioni sul campo, in un gioco d’interazione tra luoghi e suoni che sconvolge qualsiasi ridimensionamento stilistico.
Matana Roberts attraversa, sia realmente che virtualmente, le strade americane in cerca di echi vitali di una cultura trincerata dietro montagne di suoni, libri, film e racconti sempre più edulcorati. Non è più la memoria collettiva la sorgente a cui attingere dialoghi e storie del passato, ma persone comuni (tra i quali il padre) o popolari (Malcolm X) che vengono collocati su un unico letto narrativo. Il dolore fa posto all’isolamento, il grido si è trasformato in un suono sordo e cupo, mentre la musica si affida ai suoni di sintetizzatori analogici Korg nella disperata ricerca di un legame tra passato e presente.

Matana sembra voler riprendere il dialogo con l’America più conservatrice, in cerca di un linguaggio che sia post-razziale, e l’unica via di contatto è quel dolore comune, quella sofferenza che è frutto della sopraffazione. Ed è così che le dodici tracce si sviluppano come un libro di racconti privati e pubblici, che abbiano il dono dell’universalità morale: è per questo che necessitano di suoni che evochino il caos e l’abbandono (“The Good Book Says”), bramando una riconnessione con natura e luogo ("Clothed To The Land, Worn By The Sea").
Le prime note di "All Is Written" sono esemplari: il canto strozzato e l’eco lontana di sax, i rumori, i suoni hanno la forza devastante di Nico più che di Braxton o Coleman (si ascolti, ad esempio, "Clothed To The Land, Worn By The Sea"). Per una musica che abbia il dono dell’universalità bisogna avere il coraggio di superare i limiti, e la tensione che si crea tra i suoni del synth, le voci, il sax e un vecchio piano è come un ambiente lirico in cui muoversi con passo lieve. È forse per questo che “Coin Coin Chapter 3: River Run Thee” ha bisogno di un ascolto in completa solitudine spirituale: non perché le sue armonie possano disturbare un vicino, ma perché qualsiasi intrusione anche occasionale spezzerebbe quel legame autentico che viene a crearsi man mano che l’ascolto procede. Quando tutto assume i contorni di un sogno liberatorio ("Dreamer Of Dreams") la nebbia si dirada e il suono diventa fumo, panacea lirica.

È un'ascesi spirituale continua ("Always Say Your Name", "Nema, Nema, Nema") dalla quale ridestarsi senza violenza ("As Years Roll By"), con campanelli, canti d’uccelli, suoni eterei affilati come il verbo del demonio, prima di rimettere in campo strali di free-jazz ("This Land Is Yours") che si avviluppano all’elettronica, prima che sia la parola e la sua forza prorompente il fulcro sonoro di uno degli episodi più viscerali dell’album, una splendida "Come Away" che getta sale sulle ferite aperte nei precedenti capitoli, e offre all’amore, non più universale ma intimo e personale, l’unica via di fuga per un futuro non più preda del dolore.
Svaniti i drone robotici e de-umanizzanti ("With Me Seek"), Matana Roberts conduce l’ascoltatore-spettatore verso un luogo più confortevole, dove amici e nemici possano trovare pace e dolcezza e riprendere il cammino insieme (la conclusiva "J.P."). A questo punto siamo ancora agli inizi di quello che dovrà essere un lungo percorso storico-antropologico-musicale, “Coin Coin Chapter 3: River Run Thee” suona come una pausa di riflessione, uno sguardo al mondo circostante che si copre di lacrime. La sofferenza non è scomparsa, ma ha cambiato strategia, essa vive ora nell’immobilità, nell’attesa senza speranza, nella ineluttabilità a cui ci siamo arresi.

Questo è l’album dark di Matana Roberts, una piccola opera d’arte che non ha più i connotati del prodotto discografico: la sfida avviene con un isolamento musicale che si rifugia dai canoni per trovare la forza di un linguaggio nuovo. È come se Robert Johnson avesse inciso le sue creazioni blues con la tecnologia moderna, o come se Anthony Braxton avesse potuto rinunciare ai canoni del jazz per esprimere la sua irruenta creatività; una pausa tra la genesi e la cognizione, che getta uno sguardo al buio delle tenebre per trovare uno spiraglio di luce.

Per gli amanti dell’analisi più strettamente sonora, l’album è l’ennesima dimostrazione di talento e creatività della musicista americana, ma non risponderò alla vostra curiosità sul raffronto coi capitoli precedenti: sarebbe come tradire tutto quello che ho appreso dall’ascolto di questi dodici frammenti di un puzzle sempre più avvincente.

(01/02/2015)



  • Tracklist
  1. All Is Written
  2. The Good Book Says
  3. Clothed To The Land, Worn By The Sea
  4. Dreamer Of Dreams
  5. Always Say Your Name
  6. Nema, Nema, Nema
  7. Single Man O'war
  8. As Years Roll By
  9. This Land Is Yours
  10. Come Away
  11. With Me Seek
  12. JP
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