Daniel Menche & Mamiffer

Crater

2015 (SIGE) | drone, dark ambient

L'oscura creatura musicale di Faith Coloccia e Aaron Turner (ISIS) non è più una bestia solitaria, ma sempre più spesso un complice nell'affermazione di altre sonorità dark di spessore. Mamiffer ha lasciato la propria impronta assieme a Locrian, Pyramids, Merzbow e Circle: tentativi disparati – fors'anche disperati – di reinventare un progetto che non ha più l'incisività degli esordi, e che ormai si regge più sul curriculum in ambito metal di Turner che sull'inventiva della pianista e compagna di vita.
Daniel Menche, veterano di un discorso ambient-noise che prosegue ininterrotto già dai primi anni Novanta, è sinora il primo collaboratore “storico” del duo statunitense, che ha lavorato al suo fianco per circa quattro anni prima della pubblicazione dell'opera congiunta in studio.

“Crater” si compone di sei differenti vedute sullo stesso soundscape, talvolta onnicomprensive, talaltra ristrette sul minimo dettaglio: il field recording di determinati elementi e fenomeni naturali – come il suono di sassi che introduce “Alluvial” – fa parte di una trama sviluppata su controcampi sonori incrociati, in direzione di un totalismo che coniughi la matrice drone all'aspra componente elettronica di Menche, traccia pervasiva e pressoché dominante dell'intero album.
Il montare volumetrico di bordoni statici come quello di “Husk” diviene tanto più inquietante quanto aumenta il minutaggio lungo il quale vengono sostenuti. Il fine ultimo è quello di dare forma alla sensazione contrastata di fascino e terrore nei confronti di un ambiente naturale inospitale, la cui magnificenza sopravvive grazie all'impossibilità di trasformarlo e metterlo al proprio servizio. È il suono dei ghiacci fatali e dei crepacci che dominano gli “orridi” di Caspar David Friedrich, un'arte dove il gesto e la visione umana scompaiono per soccombere all'indicibile vastità di un paesaggio illeso e sovrano.

Parimenti il maestro e gli accoliti si annullano nei cinquanta minuti di un viaggio accompagnato da un assordante silenzio. Così le altrettanto desolate tracce d'inizio e fine – dove gli ostinati del pianoforte si distorcono gradualmente sotto influssi rumoristi – assumono lo status di commento parentetico, verso e da una dimensione perduta della quale ci è dato d'intravedere uno scorcio appena, quanto basta a farcene intuire la sublime e inquietante maestosità.

(25/11/2015)

  • Tracklist
  1. Calyx
  2. Husk
  3. Alluvial
  4. Breccia
  5. Exuviae
  6. Maar
 
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