Mount Eerie

Sauna

2015 (P.W. Elverum & Sun) | lo-fi, indie folk

C'è un dipinto che, senza timore di scadere in cliché, mi sento di associare alla figura di Phil Elvrum dopo l'adozione della firma Mount Eerie: quello del “Viandante sul mare di nebbia” di Friedrich, forse un po' meno impettito e sicuro di sé, magari seduto a terra, ricurvo sul ciglio del dirupo coi piedi per aria; il malinconico protagonista di un romanzo pre-moderno, parimenti ammirato e tormentato dal mistero dell'esistenza e dalla sua più diretta e tangibile manifestazione, la natura. Il precedente dittico “Clear Moon / Ocean Roar” dava pieno conto di questo timore reverenziale, esorcizzato attraverso il dono di una parola schietta, senza fronzoli – e perciò spontaneamente poetica – unita al tratteggio di inquieti paesaggi lunari o di maremoti apertamente caotici.

Un'introversione, la sua, tale da condurlo a una visione del mondo sempre più chiusa in se stessa, arrivando a richiedere necessariamente la forma di one man band e, dunque, a registrare quest'ultimo album in pressoché completa autonomia. Soltanto un piccolo coro di voci femminili (Geneviève Castrée, Allyson Foster e Ashley Eriksson) più una maschile (Paul Benson) e il flauto di Evin Opp vengono situati con precisione nello sviluppo della narrazione di “Sauna”, la cui calma apparente nel paesaggio descritto dalla prima traccia è minacciata da tuoni in lontananza. È il preludio a un viaggio interiore che stavolta lascia ben poco spazio alla meraviglia e affonda invece a piene mani in un vuoto esistenziale forse mai così esplicito.

“My life is a small fire/ I carry around/ (coming into a clearing)/ Glowing coals/ on the wet ground”

Un vuoto che necessita di esprimersi, sia con metafore elementari – ricorre quella di un cumulo di carbone ardente come fioco cenno di vita – sia attraverso immagini inusitate che conducono a misteriose rivelazioni. Il desolato paesaggio di “Pumpkin” è simile a quello di un quadro metafisico: così una zucca spappolata su una distesa di rocce, a ridosso del mare, riesce a evocare l'orrore di ciò che non ha più vita e che si allontana dalla forma assegnatagli secondo natura; è qui che, attraverso uno stretto spiraglio, prendono forma altri universi al di là della conoscenza, un istante prima di tornare alla più cupa disillusione (“Looking at garbage/ pretending the wind speaks/ finding meaning in songs/ but the wind through the graves/ is just wind”). La narrazione procede quasi in understatement, trattenendo a forza una furia analoga a quella dell'oceano di “Pale Lights”: un rintocco di campane preannuncia l'esplosione di una primavera nera (“Spring”) tra organi a canne, rombi drone-doom in feedback e chitarre fischianti che si accalcano tra digressioni epiche (“Mind like a flower/ a flower falling/ A candle in the basement/ Nothing is real/ but there is a spring inside”).

Mai come ora, Elvrum si sente ossessionato dall'apparenza ingannevole delle cose, dalla percezione che questa vita sia solo un velo che separa il nostro corpo da un cielo senza fondo e che tutto origini e si dissolva nel nulla (“I was born/ out of nowhere/ and back to nowhere/ I'll return”). Dubbi ancestrali posti, anzi asseriti con un distacco a volte quasi spietato, tale da richiedere qualche fugace ritorno all'ordine, con due intermezzi strumentali completamente astratti dal contesto: embrioni percussivi derivati dal post-minimalismo di Steve Reich – un principio di phasing in “(something)” – o dai toni smorzati delle aritmie di Hauschka – il placido martellare di un piano preparato in “Books” – un conforto che solo l'immateriale ricchezza dei libri sembra poter garantire (“In my bag/ a book of zen poems/ that I read and re-read/ They all say/ “Don’t worry/ Dreamed dust 
is always blowing/ All this is a veil”).
In tutto questo, alla fine, rimane essenziale aggrapparsi con le forze rimaste a questa realtà, per quanto pallida ed evanescente: a ricordarcelo è il testo da “This” riportato in copertina, con fiati e voci sincopate a metà strada tra “Music For 18 Musicians” e la solennità degli ultimi These New Puritans.

Se alla fine di un secondo, terzo ascolto sentite ancora mancare qualcosa, come se Phil non avesse davvero finito il lavoro su queste canzoni, probabilmente non vi state sbagliando. Dalla più placida contemplazione all'ira turbolenta, in “Sauna” permane un sentimento di sospensione, addirittura di insoddisfazione verso una forma espressiva che non riesce a cambiare, e nondimeno la necessità di trovare sempre quella valvola di sfogo per intravvedere un accenno di risposta nel dedalo delle proprie stesse domande.

“A sword in the sky. I leap beyond all this into the water at night, disconnected, mentally wild. Mind made this, mind alone.
Coals glowing on the wet ground in the morning, coming into a clearing out past beyond all waking moments with all dreams burning off, as if lightning has struck here. I hold this”.

(05/02/2015)

  • Tracklist
  1. Sauna
  2. Turmoil
  3. Dragon
  4. Emptiness
  5. (something)
  6. Boat
  7. Planets
  8. Pumpkin
  9. Spring
  10. Books
  11. This
  12. Youth
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