Mumford & Sons

Wilder Mind

2015 (Gentlemen of the Road/ Glassnote/ Island) | pop-rock

Il terzo album si rivela quello della svolta stilistica per la band londinese: girare le spalle al sound che li aveva resi famosi e premiati in tutto il mondo, placando quel fuoco d’artificio ad alta gradazione innodica non era una mossa propriamente scontata. Riporre nel fodero le chitarre acustiche, banjo e kick-drum e immaginare nuove evoluzioni possibili, orizzonti inediti ripartendo quasi da zero.
Certo, i ragazzi hanno corso i loro rischi: qualcuno, molti forse, avrebbero storto il naso, come già era accaduto ai Kings of Leon in metamorfosi del 2008, oppure ai Coldplay più malinconici di sempre, pochissimo tempo fa. Ma tanti altri avrebbero apprezzato, schierandosi dalla loro parte. E certo, si trattava anche di cambiare senza rinnegare del tutto le proprie origini, tessendo un’immaginaria rete di sicurezza che non prescindesse dal grande istinto pop ormai padroneggiato dal quartetto. Cambiando pelle senza tradirsi, i Mumford & Sons hanno vinto la scommessa. Nuovi allori e foltissime schiere di fan ora li attendono, specie negli Stati Uniti d’America, dove d’ora in poi raccoglieranno più consensi.

La produzione scintillante di James Ford (già al lavoro con artisti del calibro di Arctic Monkeys e Florence & the Machine) si rivela calibrata, misurata, perfettamente a proprio agio nell’arduo compito di domare quel toro meccanico imbizzarrito che sempre è stato il sound del gruppo nella sua incarnazione precedente. Governare certe energie, canalizzarle più e meglio di prima. Senza mettere in mostra troppi effetti speciali, troppa mercanzia. Missione compiuta. “Wilder Mind” offre una dozzina di brani per poco più di tra quarti d’ora di musica: entrano in scena nuovissimi elementi che, c’è da immaginare, arricchiranno in futuro la tavolozza sonora del gruppo. Ci sono le chitarre elettriche, una sezione ritmica d’impronta pop-rock, e poi organi, synth e tastiere sempre perfettamente funzionali alle idee di arrangiamento. E questo stupisce senz’altro in positivo: la virata stilistica, infatti, suona davvero come una conseguenza naturale, fluida, sincera, assolutamente non artefatta. È come se la band non avesse cambiato drasticamente il modo di scrivere; come se serbasse da tempo quegli assi nella manica, e attendesse solo l’occasione migliore per calarli.

“Tompkins Square Park” incede come un treno notturno tra la insegne al neon di una grande metropoli. Andatura sicura, tesa e guizzante verso orizzonti curiosamente affini a quelli dei National (non a caso Aaron Dessner ha collaborato alle session, crediamo in maniera sostanziale). È il primo brano, ma c’è già tutto: strofe gradevoli e orecchiabili, ritornello facilmente memorizzabile, abilità rara nel creare melodie davvero vincenti nella loro efficacia. In tonalità minore, vagamente malinconico, un episodio di forte suggestione.
Dalle sue ceneri scaturisce “Believe”: si rallenta il ritmo, si tira un po’ il freno. Nella seconda parte, d’improvviso, tutto si accende, l’atmosfera si scalda, decolla, in coincidenza con l’entrata di batteria e chitarra elettrica in primo piano. “The Wolf” si fa notare per i crescendo marziali, scoppiettanti, così tipici della band anche se trasfigurati. Nei momenti di maggiore pathos, la canzone è una salita sulle montagne russe con relativa, fulminea discesa. Dal vivo sarà uno di quei momenti che più faranno scatenare il pubblico. L’istinto peculiare nel costruire melodie è evidente anche in “Just Smoke”: il ritornello cantabile si fa qui autentico punto di forza.

Con “Monster” l’atmosfera torna più rilassata, eterea, impalpabile: abbiamo di fronte una sorta di gospel post-moderno impreziosito da organo e armonie vocali. Ma la chicca è senz’altro rappresentata da “Broad Shouldered Beast”: chitarra acustica arpeggiata (“Finalmente!”, esclameranno i nostalgici) e pianoforte per una ballata che cresce lentamente e avanza per accumulazione di particolari: sezione ritmica, archi, chitarra elettrica. Pare una nenia vagamente orientale, che si ferma, esplode e poi si arresta, sottotraccia, come una brace ardente. Intensa anche “Cold Arms”: serenata notturna, fragile e spoglia, ondivaga, sussurrata sulla punta della sei corde elettrica.

Solo sul finire dell’ascolto, intorno agli ultimi tre pezzi, si avverte come una piacevole sensazione di pienezza, di sazietà. Di fatto, gli ultimissimi brani poco o nulla aggiungono a quanto già espresso. Vale a dire un pop-rock elegante, schietto e genuino, di pregevole fattura, ben prodotto e confezionato.
Qua e là troverete tante buone idee, esposte nella maniera più efficace. Canzoni che si lasciano ascoltare volentieri e che costituiscono, grazie al cielo, un’eccezione dorata nel pattume plastificato delle hit parade.

(04/05/2015)



  • Tracklist
  1. Tompkins Square Park
  2. Believe
  3. The Wolf
  4. Wilder Mind
  5. Just Smoke
  6. Monster
  7. Snake Eyes
  8. Broad-Shouldered Beasts
  9. Cold Arms
  10. Ditmas
  11. Only Love
  12. Hot Gates
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