SEXWITCH

SEXWITCH

2015 (Echo) | psych-rock, tribal

Dietro ogni connubio artistico che si riveli concettualmente e musicalmente azzeccato c'è sempre una certa dose di casualità, diremmo quasi di “magia” originata dall'imprevisto. In questa vicenda galeotto fu il produttore Dan Carey, trait d'union fra l'ultimo (e il prossimo) album in studio di Natasha Khan – alias Bat For Lashes – e l'astro nascente Toy, la band di Brighton che ha fatto incetta di elogi critici e di venerazione da parte del pubblico indie di tutto il mondo.
Al lavoro su “The Haunted Man”, Carey ha scoperto la passione di Natasha per il kraut-rock storico e il suo fervente (per quanto a lungo sopito) interesse verso l'esoterismo di certi rari ascolti world. Dalla ben nota sensibilità di una fine songwriter, egli ha dunque visto sprigionarsi un'energia incontrollabile e quasi spaventosa a contatto con le nude percussioni del Terzo mondo.

Non rimaneva dunque che attuare una semplice addizione, coinvolgendo un fenomeno che ha il suo punto di forza proprio – se non esclusivamente – nella sezione ritmica di basso e batteria, dirette discendenti della psichedelia tedesca anni Settanta dei Can (Khan, non era forse scritto nel destino?). Fu così che quello che era una sorta di ironico running title, a furia di ripetersi, è divenuto il nome ufficiale del progetto, poiché era anche il più spontaneo e pregnante per definirlo: SEXWITCH è l'alter ego per mezzo del quale Natasha perde ogni controllo sulle parole e sui gesti, abbandonandosi a una danza primitiva scandita da grida e invocazioni sciamaniche.
Già dal primo ascolto risulta evidente l'impulsività del materiale raccolto nel breve Lp. Le sei tracce – a quanto pare cover di brani da tutto il mondo – non possono essere altro che il risultato di varie jam session: circostanza ideale anzitutto per i Toy, i quali vengono così liberati dall'impiccio della scrittura tradizionale (vero tallone d'Achille di una formazione altrimenti validissima) per concentrare tutto sulla potenza del sound, facendosi ostaggio di ritmi squadrati e ossessivi a uso esclusivo di Natasha.

He addicted me and I addicted him/ He would tease me with a thousand kisses/ Nightlife is my lover: tra ansiti e vocalizzi liberi la cantante riesce a far trapelare alcuni mantra di senso compiuto, atti unicamente sottolineare il carattere self-centered di una trance cui nessun altro è invitato a partecipare (We don't want any strangers to come between us [...] You may as well put yourself in the grave now).
Dopo il beat contagioso di “Ha Howa Ha Howa”, memore della post-techno di Andy Stott, con “Helelyos” torna in tutta la sua magnificenza lo spettro di “Tago Mago” (è un caso l'assonanza, anche nel titolo, con “Halleluwah”?), cui le chitarre fanno da tappeto lisergico in secondo piano. Ma è con “Kassidat El Hakka” che arriviamo all'apoteosi tantrica: sul filo di un ridondante arabesco di chitarra la sacerdotessa dà il via a una performance in costante crescendo, che nella seconda metà diviene apertamente orgasmica nel propiziare il passaggio a una nuova vita (When I die I'll go back to what I was).
Tutt'altro carattere ha la facciata B del disco: una virata più spiccatamente lisergica che guarda ai lenti dei Jefferson Airplane, e come una novella Grace Slick la frontwoman nuota tra chitarre quasi-dub e un basso lento e pulsante; un passatismo che giunge al pieno compimento nel tema hippy di “War In Peace”, ultima concessione senza mezze misure a una nostalgia che non esibisce più alcun legame col nostro tempo.

Di qui non è difficile immaginare il potenziale dal vivo di un act così esuberante, con una leader tra le più fascinose del terzo millennio e un manipolo di musicisti che hanno già ipnotizzato mezzo mondo con la frenesia di “Kopter”. Per quanto riguarda la prova in studio, dispiace per lo squilibrio tra i primi sensazionali exploit e un completamento leggermente scialbo, o forse solo un po' più prevedibile nell'indurre a un rilassamento da narcotici e acidi. Resta comunque da applaudire la lungimiranza di un produttore che ha unito due forze della natura la cui complicità straborda dai solchi di questa – forse irripetibile – incisione.

(02/10/2015)

  • Tracklist
  1. Ha Howa Ha Howa
  2. Helelyos
  3. Kassidat El Hakka
  4. Lam Plearn Kiew Bao
  5. Ghoroobaa Ghashangan
  6. War In Peace


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