Simona Norato

La fine del mondo

2015 (Dischi della fionda) | rock, songwriter

Il talento di Simona Norato era evidente già ai tempi in cui riempiva i set live dei Dimartino come fosse, da sola, una piccola band nella band. Oggi, dopo i Dimartino, dopo le Iotatola, la Norato pubblica un esordio da solista strepitoso. La scrittura dei pezzi, l’eterogeneità, il coraggio, gli arrangiamenti, la voce: “La fine del mondo” è un grande disco. La cantautrice siciliana, assistita dal tocco e dallo sguardo obliquo di un maestro come Cesare Basile, ha trovato un equilibrio pressoché perfetto che si nutre di erudizione musicale e notevole capacità di maneggiare le parole.
Certe volte non bisogna aver paura di oltrepassare il senso della misura. Certe volte bisogna puntare in alto, giocarsi tutto, fregarsene dei canoni e del buon senso e fidarsi delle proprie intuizioni e delle proprie opinioni. Lo ha fatto lei, lo facciamo noi: pare proprio di poter dire che quest’album meriti di restare fissato nella nostra memoria collettiva di ascoltatori. Nella speranza, chiaro, che sia solo un punto di partenza.

Ma perché, perché, esattamente, “La fine del mondo” è così bello? Chiedetelo alle sue canzoni. La prima in scaletta, “Welcome Home”, per esempio è già un colpo da ko. Il pugno in faccia arriva dopo una cinquantina di secondi, con una sequenza di accordi di chitarra aperti che richiamano con forza l’aria vibrante del capolavoro di Beth Gibbons e Paul “Rustin Man” Webb “Out of Season”, anno di grazia 2002. Ora, certi paragoni sono pericolosi, certe voci impareggiabili, per carità, ma il pezzo, con un testo ispiratissimo e dolente, è un’autentica promessa di grandezza.
Tempo qualche istante e tutto cambia. “Scultore” è rumore e vuoto che si alternano tra chitarre sguaiate e suoni sintetici, e un ritornello che trascina, “Esci e divertiti”, fatidica traccia numero tre, è forse la vera gemma di tutto il lavoro. Simona Norato, qui, canta di spiriti che danzano e amori ingiusti, e lo fa mentre a danzare, dietro di lei, è un pianoforte irrequieto e ondivago che ha indubbiamente qualcosa di dimartiniano. Da brividi.

Ma non staremo qui a fare l’esegesi puntuale di ogni singolo brano contenuto nel disco. Basti sottolineare un paio di altre cose. Ovvero che da un certo punto in poi – da “La sposa americana” in là, perlomeno – sembra di riconoscere certi echi che fanno pensare a St. Vincent, innanzitutto. Simona Norato come la Annie Clark italiana? Rieccoli qua, i paragoni da cui rifuggire come fumo negli occhi, ma se servisse per far girare meglio la voce, in questo caso si potrebbe pure fare un’eccezione – perché no? La capacità di spaziare, di stupire, di coprire gli spazi, è grosso modo dello stesso genere, in effetti. Chissà cosa ne penserebbe l’interessata.
E poi, la seconda delle due cose, va segnalata un’altra canzone, grottesca, perfida e meravigliosa. “La scimmia”, poco prima dell’epilogo, è un piccolo capolavoro. Nel tritacarne finiscono editori, discografici e buonismi evolutivi: non è una parabola, forse è solo un gioco, eppure, alla fine, è difficile spiegare perché, abbiamo l’impressione di uscirne tutti male. Tutti, dal primo all’ultimo. La fine del mondo, pressappoco, potrebbe cominciare così.

E quindi bravissima Simona Norato. E bravo anche Basile, che raramente, in questi casi, non ci vede giusto. Adesso non rimane altro che aspettare, per capire cosa ne sarà di questo disco e di queste canzoni. Se imbroccassero la congiuntura che meritano, il sempre meno strabiliante regno della musica indipendente italiana potrebbe ritrovarsi presto con una nuova principessa.

(10/06/2015)

  • Tracklist
1. Welcome Home
2. Scultore
3. Esci e divertiti
4. Betty Blu
5. La sposa americana
6. Intervallo
7. Mezza mela
8. Vertigine blu
9. Un familiare
10. Scimmia
11. Negli anni 80
12. La fine del mondo
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