Sóley

Ask The Deep

2015 (Morr Music) | art-pop

Il rientro nei binari dopo una dipartita fatta di coraggio e audacia non è mai cosa facile. C'è da scommettere non lo sia stato nemmeno per un talento cristallino come quello di Sóley Stefánsdóttir, per anni nascostosi dietro il pop cameristico strappalacrime dei Seabear e il vivace e disimpegnato (in apparenza) indie-folk dei Sin Fang. Proprio quest'ultima è l'esperienza da cui Sóley aveva preso le mosse nei suoi primi passi da solista, acerbi quanto già carichi di idee e spunti, raccolti un un “We Sink” che aveva suscitato più simpatia che autentica convinzione, salvo poi ripiegare a sorpresa su un'ombrosa e spettrale formula piano solo che aveva tolto la vista senza accecare in “Krómantik”.

Proprio le fughe da casa, le avventure dal finale incerto, però, sono i momenti in cui un individuo, e in questo caso un'artista, può apprendere di più. Non stupisce pertanto che “Ask The Deep”, prima ancora che come il disco del suo ritorno alla forma-canzone, si ponga su tutti i fronti come l'album della maturità di Sóley, in cui le sue fantasiose pop song perdono l'ingenuità di fondo che le aveva caratterizzate in passato in favore di una nuova, profonda e impressionante consapevolezza melodica e (cant)autorale.
Compositiva, dunque, ma anche e soprattutto strumentale: sono gli arrangiamenti il vero asso nella manica di un disco che riesce a mantenersi originale e personale pur senza rinunciare al proprio Dna made in Iceland.

L'elettronica invade in maniera massiccia il soundscape, assieme a un'oscurità mutuata proprio da “Krómantik” ma rielaborata in chiave pop e mescolata con la malinconia, il tutto ad aggiungersi alla formula base del folk d'Islanda percussioni più melodie. Il risultato è però ben più magniloquente di ogni possibile descrizione, e denuncia fin dal titolo una tensione di fondo: è nelle profondità viscerali del suo essere e della sua coscienza che Sóley ha deciso di avventurarsi.
L'ouverture di “Devil” pare mutuata da un segmento strappato a uno dei flussi di coscienza dell'ultimo Bvdub e rilavorato in chiave pop, e il suo riflesso si distribuisce anche nella cavalcata dolcenera di “Ævintýr”, sorta di incontro esempio di strepitosa reinterpretazione cosmopolita del tipico Icelandic sound.

L'uno-due da urlo è seguito da un percorso più arduo e intimo, vero cuore del disco. Sóley racconta e si racconta, abbassa le luci ma non l'intensità della sua narrazione. Dal mantra trip-hop tra dolore e ossessione in scia agli ultimi HTRK di “One Eyed Lady” alle più tradizionali marcette pop di “Halloween” e “Breath” fino al mezzo inchino a Sinead O' Connor di “Follow Me Down”, è la sua interiorità a mantenersi protagonista unica. I costanti riferimenti alla terra natia e al suo paesaggio, di cui sono recuperate le componenti più ombrose e sublimi, non sono che corrispondenze attraverso le quali stralci d'anima trovano una via di fuga verso l'ascoltatore, capace di disegnare gli scenari vissuti in prima persona dall'artista e di entrarvi e interagirvi.

Trattasi, in gran parte, di incubi, malesseri e conflitti di identità, probabilmente legati al passato quanto al presente, e superati in maniera definitiva solo nel trittico finale, autentica ciliegina su una torta già corposa. “I Will Never” è un'invocazione autenticamente noir per voce e organo, l'apice oscuro dell'intero lavoro, posta in un contrasto estremo quanto significativo con la fuggitiva “Dreamers”, rifugio in scenari onirici in cui la luce riesce finalmente a penetrare. Sussurrando al pianoforte, “Lost Ship” rivela però la natura fugace dell'apparizione, celebrando al tempo stesso la definitiva liberazione dai demoni evocati, affrontati e raccontati in precedenza, abbandonando a una realtà sostanzialmente indefinita. Manca l'estasi, il lieto fine: e, verrebbe da dire, meglio così.

(14/07/2015)

  • Tracklist
  1. Devil
  2. Ævintýr
  3. One Eyed Lady
  4. Óhljóð
  5. Halloween
  6. Follow Me Down
  7. Breath
  8. I Will Never
  9. Dreamers
  10. Lost Ship
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