Swervedriver

I Wasn’t Born To Lose You

2015 (Cherry Red Records) | alt-rock, shoegaze

Gli Swervedriver sono come un fidanzato/a, di cui ricordi quei pochi intensi momenti passati insieme, quando ti nascondevi dagli amici che frequentavano ragazzi/e più affascinanti (My Bloody Valentine, Slowdive, Ride), mentre assaporavi ogni attimo, ogni parola, ogni nota, sapendo che lui/lei era diversa da tutti/e.
Poi hai scoperto che era amato/a anche da chi non lo/a conosceva bene, e hai messo da parte quei giorni innocenti, consapevole di aver vissuto una storia irripetibile. Ed è appunto irripetibile quella stagione, che in un sol termine, shoegaze, riusciva a inglobare realtà tanto diverse quanto uniche, ma rispolverare l’album dei ricordi è spesso affascinante e foriero d’intense emozioni.

“I Wasn’t Born To Lose You” è un bel modo di rivivere quel periodo d’oro della musica rock, questo perché gli Swervedriver non hanno smarrito la loro abilità di compositori, e nel frattempo hanno messo in risalto quelle robuste nuance alla Husker Du, Dinosau Jr, che erano già a quel tempo la vera ragione di quell’intenso coinvolgimento.
Liberando dalla nebbia gli echi psichedelici e l’attitudine pop alla Byrds, la band di Oxford rimette in gioco il proprio profilo stilistico, sganciandosi dal revival shoegaze e conservando il fascino ipnotico delle sue progressioni sonore. Ma quello che realmente stupisce è la perfetta padronanza che gli Swervedriver mettono in mostra nei dieci episodi dell’album.

Il contrasto tra lo stile acid-noise e graffiante di Jimmy Hartridge e quello più sognante-oscuro di Adam Franklin resta il fulcro della loro musica: un’alchimia che si rinnova senza perdere smalto.
“I Wasn’t Born To Lose You” è un susseguirsi di melodie deliziose e quasi romantiche, pronte a incendiarsi al contatto dell’aria, una cascata torrenziale di accordi rock e pop pronti a lasciarsi dietro il passato, per tuffarsi in una incandescente furia lirica.
Ristabilite le coordinate base con “Autodidact”, il nuovo progetto del gruppo inglese evita il torpore del repeat automatico, con brani ricchi di variabili armoniche (“Last Rites”), incursioni nel rock’n’roll più classico ("Red Queen Arms Race") e melodie che se non fossero inebriate di furore noise (“For a Day Like Tomorrow") potrebbero sembrare figlie dei Pink Floyd di “Animals”.

Omogeneo e corporso, il ritorno dei Swervedriver è ricco di episodi a cui affidare il rinnovarsi di un sentimento: “Everso” ripercorre i fasti del loro passato con melodie che hanno sia la solarità della California sia il grigiore di Londra, "English Subtitles" mette il minimalismo al centro di una progressione sonora che sembra crescere all’infinito prima di scontrarsi col silenzio, e “I Wonder?” condensa una quantità di riff e suoni capaci di reggere da soli un intero album di neo-revivalisti.
Per un gruppo che involontariamente già sanciva la fine dello shoegaze e l’avvento del grunge, con quel piccolo capolavoro chiamato “Mezcal Head”, “I Wasn’t Born To Lose You” rappresenta una rivincita artistica: anche quando le briglie si sciolgono nella più lineare “Setting Sun”, o quando il britpop affiora tra le maglie della sempre verde tessitura delle due chitarre di Franklin e Hartridge, resta palese un’intensità emotiva e creativa che non appartiene solo al passato.

L’ultimo album dei ragazzi di Oxford è come un amore ritrovato, un incontro casuale con una vecchia fiamma che avevi messo in un angolo della tua mente, e che ora riscopri quasi più bella e affascinante di tutte quelle bionde patinate e formose, che col passar del tempo sono diventate ciniche e noiose. Bentornati.

(29/05/2015)



  • Tracklist
  1. Autodidact
  2. Last Rites
  3. For a Day Like Tomorrow
  4. Setting Sun
  5. Everso
  6. English Subtitles
  7. Red Queen Arms Race
  8. Deep Wound
  9. Lone Star
  10. I Wonder?




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