Takadum Orchestra

Addije

2015 (Helikonia/ O.A.S.I. Studio) | world music

Sospinti dall’onda lunga della Real World di Peter Gabriel, i suoni ethno-world hanno imperversato nella scena italiana degli ultimi 25 anni, toccando anche vette rilevanti, ma finendo alla lunga col creare un effetto-saturazione che ha allontanato dal genere molti appassionati. Troppi esotismi vacui da Buddha Bar, troppe spezie a buon mercato. Bene, ora è l’occasione di ripensarci, almeno al cospetto di questa imponente big band di 15 elementi, reduce dal già apprezzatissimo (almeno su queste frequenze) “Takadrom – Suoni Al Confine” (2013, Odd Times).

La Takadum Orchestra nasce nel 2007 come ensemble di percussionisti sotto la guida di Simone Pulvano - che oggi la codirige insieme a Gabriele Gagliarini - per poi allargare il proprio raggio d’azione a vari strumenti a corde e fiato d’ogni epoca e area del mondo, grazie a musicisti come Fabrizio Mastromartino (darbuka), Giovanni Squillacioti (riqq e bendir), Emanuela Maccioni, Michela La Perna e Gaetano Schillaci (doholla), Umberto Baruffaldi, Walid Cheikh (bendir), Antonella Milano (davul) e Paolo Modugno (daf iraniano).
In questo nuovo "Addije" - edito dalla sempre meritoria Helikonia, da anni attiva sul fronte ethno-folk - l’architrave percussiva del gruppo è ulteriormente irrobustita dal contrabbassista Bruno Zoia, mentre al trombettista Gianpaolo Casella e al chitarrista flamenco Alessandro Floridia è affidato il compito di cesellare le trame melodiche, impreziosite dalle voci mesmeriche di Lavinia Mancusi e Valeria Villeggia, due artiste impegnate da anni in un paziente lavoro di riesumazione delle radici della musica popolare mediterranea. Ciliegina sulla torta, due ospiti d’eccezione: Ziad Trabelsi, voce e oud dell’Orchestra di Piazza Vittorio, e Alessandro D’Alessandro, direttore dell’Orchestra Bottoni.

Come da titolo, "Addije" è un disco di congedi strazianti e migrazioni permanenti, un cammino metafisico scandito da percussioni ipnotiche e impregnato dei sapori esotici di strumenti mai utilizzati in modo “virtuoso”, bensì sempre funzionale alla resa complessiva del sound. Un invito al viaggio che si snoda tra mito, storia e fantasia, in una cartografia di suoni e parole, dalle sponde del Mediterraneo fino al cuore dell’Africa, dai tumulti mediorientali alle lande misteriose e ricche di storia dell’Asia minore.
Straordinario l’affiatamento dell’ensemble, che incede solenne sospinto da un motore percussivo instancabile. Si spazia da temi religiosi (il traditional “Verso l’Est”, dedicato all’esodo del popolo ebraico) ad affreschi corali (il “Canto d’esilio” che affratella popoli e diaspore d’ogni angolo della Terra), fino a episodi fantasiosi come “Il cammello e il dromedario”, fiaba metaforica sulla scelta – opposta a quella dominante del viaggio - di resistere nella propria condizione, invece di cercare fortuna altrove. La muraglia di tamburi incontenibili di “Mb Lala” (unico brano del tutto inedito) scatena una danza tribale africana, mentre l’alticcia “Balkadum” è il cocek che da anni Goran Bregovic non riesce più a scrivere.
Ma i brani che svettano sono quelli più amari e dolenti, come l’iniziale “Ballata del dolor”, lamento di una giovane vedova dal cuore in frantumi, la struggente “150 Lire”, ode di migrazione e sogni americani della “meglio gioventù” di ogni tempo, e la travolgente “Moj E Bukura More”, che suggella l’addio alla “amara terra mia” con le due vocalist a scavare dirupi di malinconia in un turbine di fiati e percussioni.

In giorni come questi, un disco che coniuga il termine “migrazione” in un esperanto universale sarebbe necessario anche solo dal punto di vista politico e culturale. Nel caso di "Addije", però, c’è anche la musica. E vale tanto, al punto che una copia a Peter Gabriel sarebbe proprio il caso di recapitarla.

(04/07/2015)



  • Tracklist
  1. Ballata del dolor
  2. Verso Est
  3. 150 lire
  4. Ya Rayah
  5. Canto d'esilio
  6. Moj e bukura more
  7. Mb lala mb la
  8. Il cammello e il dromedario
  9. Balkadum


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