Tigran Hamasyan

Mockroot

2015 (Nonesuch) | prog-folk-rock, avant-jazz

La storia della musica vive e prospera con la passione e le intuizioni di chi sa mettere in pratica il proprio talento, alimentando una scintilla che prima o poi divampa e fa luce su percorsi ancora inesplorati. Quella dell'enfant prodige armeno Tigran Hamasyan è un'energia capace di travolgere tutto e tutti: nella cerchia jazz – decisamente troppo ristretta – il suo “canto libero” al pianoforte ha stregato non soltanto un pubblico fittissimo ma persino i maestri (e parliamo della trimurti Corea-Hancock-Mehldau); dal compatriota Serj Tankian al percussionista indiano Trilok Gurtu, le sue collaborazioni attestano un carisma e un'adattabilità stilistica invidiabili, considerando che stiamo parlando di un 27enne. Già alla sesta prova solista, Hamasyan entra di diritto nel roster dell'emerita Nonesuch.

Tra le sue principali ispirazioni musicali c'è dichiaratamente il thrash-metal e i dintorni “alternativi” del macro-genere, dai Tool ai Meshuggah: un dato che non sorprende appena vediamo e sentiamo quanto Hamasyan agisca di forza – ma sempre con estrema precisione – sui tasti d'avorio, bilanciando costantemente la solidità degli accordi gravi con una coloritura di gran gusto, che non disdegna influssi ebraici memori dei tunes zorniani nelle mani di Uri Caine.
Ma chiunque abbia familiarità con le frontiere progressive più audaci non potrà fare a meno di notare l'eccitante assonanza ritmica e melodica col verbo zeuhl dei Magma: l'interplay fra Hamasyan e l'ottimo batterista Arthur Hnatek – leggermente penalizzato in fase di missaggio – è l'elemento che ci rende impossibile distogliere l'attenzione dalle tracce più aggressive, davvero vicine a una raffinata trascrizione di riff nu-metal. L'universo melodico alieno di Christian Vander va così incontro ai canti popolari dell'Armenia, eredità che si esprime più propriamente nei due traditional rivisitati “Kars”.

All'indole avanguardista fanno da contrappunto alcuni momenti più lirici: gli strumentali “To Love” e “Lilac” sono infusi di delicatezza neoclassica, mentre i vocalizzi e il lento incedere di “The Roads That Bring Me Closer To You” riportano alle wastelands degli ultimi These New Puritans. Episodi tutt'altro che disprezzabili ma che inevitabilmente finiscono per apparire “intermedi”, depotenziati dall'estro e dal dirompente entusiasmo dei brani principali, germi di un'ibridazione che in futuro potrebbe manifestarsi con esiti ancor più ambiziosi e sorprendenti.

(19/05/2015)

  • Tracklist
  1. To Love
  2. Song For Melan & Rafik
  3. Kars 1
  4. Double-Faced
  5. The Roads That Bring Me Closer To You
  6. Lilac
  7. Entertain Me
  8. The Apple Orchard In Saghmosavanq
  9. Kars 2. (Wounds Of The Centuries)
  10. To Negate
  11. The Grid
  12. Out Of The Grid


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