Masami Akita & Eiko Ishibashi

Kouen Kyoudai

2016 (Editions Mego) | experimental, noise

Ho l’impressione che in molti, quando si tratta di Merzbow, agiscano secondo il “prendere o lasciare”: ci sarà sempre il cultore – uno su migliaia – che per bulimia e completismo approccerà ogni nuova uscita del prolifico terrorista sonoro, non senza un vago intento autodistruttivo; ci saranno invece molti altri che, per timore reverenziale o imbarazzo della scelta, non si azzarderanno nemmeno a cominciare l’approfondimento di un non-linguaggio sonoro così repulsivo/repellente.
La chiave è procedere per intuito, per attrazione spontanea verso un progetto specifico, o anche solo un titolo, una copertina. Personalmente ho sempre prestato attenzione alle sue occasioni di dialogo con altri artisti, poiché trovare un punto di contatto tra due filosofie e pratiche musicali si configura sempre come una circostanza problematica e rischiosa, laddove Masami Akita si vede spesso costretto a uscire dalla sua (ma non nostra) comfort zone e ripartire da canoni estetici per lui inusuali.

Questa è la sua terza volta su Editions Mego, dopo la collaborazione con Lasse Marhaug e il trio Akita/Gustafsson/O'Rourke: quest'ultimo il produttore di "Kouen Kyoudai", firmato dal noiser assieme alla polistrumentista Eiko Ishibashi, tornata alla ribalta due anni fa con "Car And Freezer", divenuto subito un piccolo cult per gli appassionati del cantautorato nipponico. Va notata la scelta di Akita nell’apporre il proprio nome anagrafico al posto del temuto moniker, come a voler sottolineare un intento più personale e contenuto della furia sragionata che caratterizza la quasi totalità del suo output.

E difatti l’impronta di Akita quasi scompare a fianco delle invenzioni della Ishibashi, il cui intento sembra essere quello di studiare il maggior numero di modulazioni a partire dai suoni di tastiera, dall’organo ai synth sino al gran coda. Nel primo atto tutto si gioca sull’atmosfera d’insieme con pervasivi bordoni fuzzy, chitarre in feedback e una batteria compressa sullo sfondo (sempre per mano di Eiko), come negli scenari blackgaze dei primi Pyramids.
Di contro, i toni si fanno più prettamente sperimentali nella seconda parte, basata sulle risonanze del piano classico, tra accordi sospesi e veloci note in sequenza: una sorta di liturgia esoterica alla Ligeti ma solo vagamente inquietante, che punta alla progressiva stratificazione di loop e sorgenti digitali sulle quali va gradualmente perdendosi il controllo.

La disorientante stereofonia del costrutto sonoro, di per sé piuttosto dinamico, lo rende più adatto a un’esperienza immersiva e d’insieme, anziché all’inseguimento uditivo dei singoli dettagli; dunque un percorso anziché un discorso, un tunnel acustico da attraversare ad occhi chiusi e a passo lento finché non appare la via d’uscita, un ritaglio di luce nella forma di un drastico calo di volume, un fade-out forzoso che va a pareggiare la durata dei due brani (18:35).
"Kouen Kyoudai" sarà poco più che un esercizio di composizione libera, ma ha il pregio di delineare ulteriormente il profilo – forse più sfaccettato di quanto tendiamo a credere – dei due artisti connazionali.

(20/03/2016)

  • Tracklist
  1. Slide
  2. Junglegym
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