American Football

American Football

2016 (Polyvinyl) | midwest emo

Too late, maybe for the better

Un culto discografico si genera nel silenzio che lo succede, nel riconoscimento di un carattere unico e irripetibile e in un processo di graduale diffusione che può ricoprire anche l’arco di un decennio. Come per il capitale lascito cantautorale di Jeff Mangum, oggi la gran parte dei frequentatori di musica rock indipendente sa esattamente cosa rappresenta l’esordio in Lp degli American Football: il punto di arrivo, l’essenza stessa del suono e della cultura emo del midwest statunitense.

Quello stesso carattere di unicità permette di farsi bastare un album per il resto della vita senza nemmeno sperare – e anzi temendo quasi – che un giorno possa avere un seguito. E in ogni caso, diciassette anni sono un tempo più che sufficiente per fugare ogni dubbio: nemmeno il primo timido reunion tour del 2014, con qualche data in patria, aveva fatto presagire un nuovo ingresso in studio di registrazione, interrompendo uno iato che tutti hanno sempre considerato un dato di fatto.

Where are we now?
We're both home alone in the same house
Would you even know me if I wasn't old me?
If I wasn't afraid to say what I mean?

Nonostante il lento fade in, come un rientro in punta di piedi, la calata nel mood nostalgico di allora è devastante, assale la memoria nel giro di pochi secondi e ridisegna dall’interno quella casa lungo il viale di Champaign-Urbana, Illinois, oggi mèta turistica per comitive di giovani cultori indie.
Ancora un disco omonimo, con lo stesso font asciutto e il capoverso irregolare tra le due parole: ma oltre all’iconografia, quando pensiamo agli American Football abbiamo in mente un interplay tanto preciso quanto trasognato, tra ritmi dispari di batteria e linee di chitarra che scivolano l’una nell’altra in modo talmente naturale che, non a caso, tutti i discepoli seguenti ne hanno tratto ispirazione.
L’attacco di “My Instincts Are The Enemy” non soltanto evoca la perfezione dell’arpeggio di “Never Meant”, ma finisce col citare inconsciamente il riff della lunga coda di “Honestly?”, enfatizzandone ancor di più l’ingenuo ésprit romantico. Alle comparsate della malinconica tromba e di un vibrafono si aggiunge l’inedita chitarra acustica di “Home Is Where The Haunt Is”, che va a illuminare ulteriormente le tessiture delle elettriche in clean.

L’insieme risulta ancora una volta estremamente armonico e carezzevole, a tal punto da attutire i ripetuti colpi al cuore inferti dai testi, le cui note dominanti sono l’ignavia e il senso d’impotenza che affliggono la quotidianità domestica (If killing time was a crime/ We’d be on the “Most Wanted” signs If you find me/ Could you please remind me/ Why I woke up today [...] Maybe I’m asleep and this is all a dream/ I can’t believe my life is happening to me); a più riprese tornano anche varie declinazioni dei verbi “kill” e “die”, e con tutto un altro peso rispetto al primo Lp (“But the regrets are killing me”).
Siero mortale e antidoto convivono nella voce profonda di un Mike Kinsella cresciuto, eppure ancora ostaggio di fragilità e incertezze all’epoca appena rivelate: il calore confortante del suo timbro sembra inseguire la saggezza adult-pop dei Miracle Mile, navigati cantori londinesi dello splendore nascosto fra le tragicomiche consuetudini della vita e gli affetti famigliari.

Oh, how I wish that I were me
The man that you first met and married
I’m tired of fighting
Endless thunder and lightning
I can’t break this bender
To it, I surrender

Pur ricorrendo e anzi forgiando l’essenza stessa di ogni nuova canzone, l’insopprimibile senso di sconfitta e l’autocommiserazione non ottengono mai il predominio sul velo di meraviglia anteposto dagli arrangiamenti cristallini, inconfondibili nella loro accuratezza.
Se il songwriting di Kinsella si trova effettivamente condizionato dalla disillusione dell’età adulta, proprio per ciò lascia trasparire anche una maggiore consapevolezza di sé e dei propri limiti: in questo sta il necessario punto di ripartenza, con l’accettazione del fatto che solo un trauma può insegnarci davvero a diventare grandi (Everybody knows that the best way to describe the ocean to a blind man is to push him in).

Ho vissuto come un autentico privilegio poter ascoltare questo atteso ritorno sul finire dell’estate, e ancor di più nel momento in cui si sono alzate le prime voci di chi, per qualche motivo, non riconosce più l’impronta dei ragazzi di Champaign-Urbana. Da par mio l’ho avvicinato ogni volta con la stessa sete di conforto, fino a che le note e i versi hanno finito per riempire i miei pensieri di ogni giorno. Qualcosa di simile a ritrovare un’amante a lungo perduta, come se nulla di ciò che è stato fosse mai andato perduto – the past still present tense.
A tutti gli effetti, insomma, un secondo “American Football”.

(21/10/2016)

  • Tracklist
  1. Where Are We Now?
  2. My Instincts Are The Enemy
  3. Home Is Where The Haunt Is
  4. Born to Lose
  5. I've Been So Lost for So Long
  6. Give Me The Gun
  7. I Need a Drink (Or Two Or Three)
  8. Desire Gets In The Way
  9. Everyone Is Dressed Up
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