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The False Foundation

2016 (Dangervisit) | elettronica

Ritorna una delle formazioni più poliedriche d'Inghilterra, gli Archive. L'ultima fatica di Darius Keeler e Danny Griffiths, decimo album in studio per la simbolica stella sullo scudetto, si intitola "The False Foundation" e prosegue il loro stakanovistico lavoro in chiave atmosferica, elettronica e meditata.

Fin dall'iniziale "Blue Faces" (introdotta da lenti rintocchi di pianoforte che costruiscono un'atmosfera rarefatta e dolente, aggiungendo man mano spruzzi di elettronica che la fanno concludere in maniera più ariosa, ma con un retrogusto dolceamaro) il disco segue dei binari introspettivi, tenui sinfonie elettroniche che trasformano i brani in languide sperimentazioni dedicate alla contemplazione. 
Le basi elettroniche rimangono le stesse, influenzate dall'ambient à-la Brian Eno e dal trip-hop dei Massive Attack (nelle atmosfere lounge ma non nel battito downtempo), ma le stratificazioni si fanno più diradate e strizzano l'occhio anche all'industrial dei Nine Inch Nails dei momenti più melodici e meno distorti. Gli umori sono più cupi e malinconici che mai, trovando punti di contatto tematici e sonori con i Radiohead, la cui influenza rende questo probabilmente uno degli album più intimisti degli Archive.

Si viene così a cercare un ibrido fra il minimalismo atmosferico, i droni elettronici e i consueti arrangiamenti eclettici e variopinti della band. Purtroppo l'impresa è ardua e spesso gli inglesi diventano ripetitivi (già dai successivi brani, la reznoriana "Driving In Nails" e l'ipnotica "The Pull Out", che danno l'idea per esplodere in un caleidoscopio di emozioni ma senza mai giungervi, o nella comunque emozionante "Bright Lights"), oppure finiscono per stemperare il potenziale melodico, che cerca di uscire a più riprese, rendendo i pezzi poco più che semplici intermezzi se non riempitivi.
In altri casi, invece, cercano il guizzo energico per spezzare la monotonia (come nella title track o nel finale di "Sell Out", con i suoi singulti minimali che ricordano i National), ma senza incisività e ricadendo nella stessa ripetitività. Sono pezzi complessivamente lisci, che giocano sul velo malinconico che li accompagna e sui fondali atmosferici.
Poche eccezioni, come in chiusura d'album, dove "Stay Tribal" si fa più spedita e accelerata, mentre "The Weight Of The World" combina new wave ed electro-ambient nell'unico punto barocco del disco.

"The False Foundation", comunque, ha i momenti più piacevoli nelle tenui melodie malinconiche (su tutte ci sentiamo di citare "A Thousand Thoughts", con pianoforte sommesso, stratificazioni vocali, tastiere ambient di riempimento e crescendo finale da post-rock) e in quelli che si avvicinano parzialmente al trip-hop bristoliano ("Splinter", notturna e a modo suo trascinante, sembra uscita da "100th Window"), trovando nelle atmosfere meditate e soffuse un risultato che si confà a questi ultimi Archive, ma senza particolari guizzi e senza raggiungere straordinari livelli di oniricità o emotività.
Lasciano ancora alcune perplessità gli episodi ispirati dalle sperimentazioni industriali dei Nine Inch Nails, con downbeat solenni, accattivanti e abrasivi, ma fuori tempo massimo di anni, nonostante gli stessi Archive abbiano sempre giocato a rimescolare stilemi altrui. È sicuramente però una strada interessante su cui poter proseguire, cercando di imbastire un discorso più focalizzato, perché gli spunti ci sono e gli inglesi, come al solito, gettano molta carne al fuoco, anche quando si mostrano più rarefatti e minimalisti.

Il disco, nel complesso, non suona particolarmente compatto, nei momenti più convincenti c'è una certa discontinuità, mentre in quelli deboli permane un po' di incompiutezza. Viene mantenuto il tradizionale conflitto tra l'anima più pop e quella elettronica (lasciando in disparte quella "orchestrale" e quella "rock") degli inglesi, ma è innegabile la classe di fondo. Si tratta, quindi, di un album di transizione, con cui sperimentare particolari soluzioni sonore prima di ricongiungere il tutto in un lavoro più unitario, diretto e melodico, come già gli Archive ci avevano abituato a fare in passato (per esempio, prima di pubblicare "You All Look The Same To Me" o "Controlling Crowds", che, esordio a parte, rimangono i dischi più ispirati del collettivo britannico).

(04/12/2016)



  • Tracklist
  1. Blue Faces
  2. Driving In Nails
  3. The Pull Out
  4. The False Foundation
  5. Bright Lights
  6. A Thousand Thoughts
  7. Splinters
  8. Sell Out
  9. Stay Tribal
  10. The Weight Of The World
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