Azealia Banks

Slay-Z

2016 (Self-released) | hip-house, pop-rap

Dalle stelle alle stalle? Potrà essere una domanda provocatoria, anche forte nel messaggio che veicola, ma è innegabile come nel giro di un quinquennio quella che si era candidata a nuovo astro nascente della scena rap statunitense sia a riuscita a disperdere pressoché tutto il credito acquisito, finendo per far parlare di sé più per l'ennesima sparata di turno che per i frutti della sua creatività. Non si starà qui a sindacare più di tanto sugli atteggiamenti e sulle dichiarazioni di Azealia Banks nel corso degli anni, ché intanto per questo basta una rapidissima ricerca per la Rete. Quel che è sicuro è che a forza di sparate e di affermazioni sempre più deliranti, la rapper statunitense da personaggio controverso quale era si è ormai tramutata in un semplice meme, al punto che la musica finisce quasi per diventare una questione del tutto accessoria, l'ultimo tassello di un percorso costellato di tutto fuorché l'elemento principale.
È quasi per caso, insomma, se si è giunti ad ascoltare "Slay-Z", mixtape che con un minimo di accortezza in più avrebbe suscitato decisamente maggiore clamore, specie se si considera come un anno e mezzo fa "Broke With Expensive Taste" conquistava la critica di mezzo mondo. D'accordo che la pubblicazione è sin dagli intenti minore, e che in fondo la sua stessa durata pare più lasciarlo intendere come spuntino per contenere l'appetito dei più impazienti che altro. Il modo con cui è stato però ignorato (il paragone con gli Ep di FKA twigs e Kelela è a dir poco impietoso) è sintomatico di un declino nella considerazione che, a meno di incredibili colpi di scena, sarà impossibile recuperare. Vero è che, a prescindere dall'aneddotica che puntualmente ha accompagnato la realizzazione del progetto, a casa Banks non sono propriamente scintille quelle che si intravedono...

Se anche a questo giro il campionario sonoro non passa propriamente inosservato, quanto a varietà e ricchezza nei riferimenti, c'è da dire che il suo utilizzo alla fine non sa sfruttare tanta molteplicità di indirizzi e compattarla, alla maniera delle precedenti prove, in una miscela che sappia far affiorare tutta quella personalità e quel senso della gestione che la Banks ripetutamente ha mostrato di possedere. Laddove house, 2-step, rap e quant'altro finivano frullati in una miscela che portava gli ingredienti di partenza su un nuovo piano d'azione e interazione reciproca, qui i gradi di distanza che separano ogni brano dai confinanti rendono l'esperienza d'ascolto decisamente meno fluida e intrigante, per giunta inficiata anche da scelte melodiche e da linee vocali non sempre funzionali alle scelte sonore sottostanti.

Se fa piacere constatare come da parte della rapper vi sia ancora voglia di giocare con il ritmo, di spingere su un versante in cui si è sempre dimostrata interprete curiosa ed eclettica, non è infrequente in questo mixtape che proprio sotto questo aspetto le cose non vadano per il verso migliore. Ormai fuori tempo massimo, il taglio eurodance dato a "Used To Being Alone" risulta fiacco e abusato nelle forme, la Banks a proporsi come ipotetica regina della discoteca piazzando una performance bella energica, ma che finisce totalmente a vuoto, soffocata da una linea melodica inadatta a darle il giusto rilievo. Così "The Big Big Beat", lungi dallo sfruttare fino in fondo le proprie aperture garage, si nasconde dietro una facciata pop che vorrebbe renderla la nuova "Liquorice" ma che in fondo la fa apparire più come una versione meno riuscita di "1991".

Questione di mancati bilanciamenti e di un'ispirazione altalenante, insomma. Non mancano episodi davvero degni del suo passato (il binomio finale, anche a costo di un'abbondante dose di tamarraggine nella electro-house di "Queen Of Clubs", non avrebbe sfigurato nel suo album, a maggior ragione se si considera il bel numero slow-funk di "Along The Coast"), e anche certe concessioni modaiole agli onnipresenti trap-beat non sono tutto sommato da buttare via (calarli in un contesto industrial come quello di "Big Talk" è una scelta più che funzionale per un loro eventuale re-indirizzamento verso questi fronti), ma si fa presto a spostare l'ago della bilancia e scombussolare l'equilibrio raggiunto.

Che si tratti di incertezze in fase di scrittura (l'introduttiva "Riot", costantemente indecisa se corrispondere al titolo che porta o meno, persa in un tripudio di accorgimenti produttivi che ben poco enfatizzano la natura esplosiva della linea canora), oppure di tentativi un po' pasticciati di rinnovamento stilistico (il trap-rap più ortodosso, ma al contempo ben più prevedibile, di "Skylar Diggins"), al di là dell'apprezzabile voglia di mettersi in discussione, ad affiorare è un senso di transizione, di mancata messa a fuoco, da cui è possibile però trarre qualche interessante informazione sulle mosse future di Miss Banks.
Bisognerà però vedere in che modo la rapper svilupperà i semi sparsi in queste otto tracce: se riuscirà a districare il bandolo e ritrovare quel senso del controllo che qui pare sfuggirle, l'esito non potrà che tornare a essere convincente come in passato.

(26/04/2016)

  • Tracklist
  1. Riot (ft. Nina Sky)
  2. Skylar Diggins
  3. Big Talk (ft. Rick Ross)
  4. Can't Do It Like Me
  5. The Big Big Beat
  6. Used to Being Alone
  7. Queen of Clubs
  8. Along the Coast
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