Bent Knee

Say So

2016 (Cuneiform) | art-rock, prog-rock

La difficoltà di crescere e scegliere, demoni personali da riconoscere e affrontare, malinconie da sconfiggere, sbagliare e rialzarsi, per sbagliare poi un'altra volta, tornare di nuovo al punto di partenza e ripetere il ciclo, fino a trovare un vago barlume di luce che getti qualche indizio sul sentiero da percorrere. È caratterizzato da questo senso di precarietà emotiva, da un'incertezza incapace anche solo di ipotizzare possibili equilibri, il nucleo tematico di "Say So", terzo album per i Bent Knee, eclettico collettivo di Boston, disco con cui finalmente tentare la ribalta a livello internazionale. È una condizione di perenne incertezza, quella illustrata dal sestetto statunitense, che se da un lato non esita a indugiare sugli aspetti più tenebrosi, sinistri del suo essere, dall'altro però non pare troppo preoccupata di evolversi in qualcosa di diverso, quasi che in fondo fosse appagata di essere così com'è, in tutta la sua mancanza di riferimenti.

Perché dovrebbe poi, quando vi è un tramite musicale che ne sa interpretare così bene i moti interiori, che ne coglie la natura in continuo divenire e ne asseconda le evoluzioni, senza per questo lasciare che sia il caos a farla da padrone? Già padroni di una peculiare forma di progressive-rock, sviluppata, soprattutto a partire dal precedente (eccellente) "Shiny Eyed Babies", attraverso un impressionante parterre stilistico e una raffinatissima varietà compositiva, i Bent Knee sanno perfettamente come trasporre sul pentagramma questo fluire, questa mancanza di appigli che trasforma senza sosta qualsiasi cosa capiti a tiro. Una perfetta corresponsione di intenti, che anche lo stesso artwork sembra voler rispettare con la stessa cura: le cose però riescono a farsi ben più interessanti del concept-album medio, e mettere in risalto un livello di consapevolezza artistica che di fatto pone l'ultimo disco del collettivo ben al di sopra di ogni possibile aspettativa, forse anche delle loro.

Nella sostanza, sono due accorgimenti, tra loro strettamente legati, che consentono a "Say So" di ambire a primo reale punto di traguardo (e conseguente riferimento) nella carriera del gruppo statunitense. Da un lato l'aver operato di sintesi, asciugando in maniera significativa la tracklist e il minutaggio (nove pezzi e un interludio per cinquanta minuti buoni di musica), ha portato i Bent Knee a eliminare ogni forma di dispersività, a sfruttare ogni secondo a disposizione e caricarlo di tutte le idee racimolate nel corso dell'ultimo anno e mezzo, facendo sì che la loro combinazione fosse più efficace e fruttuosa. Qui si inserisce quindi il secondo contributo fondamentale alla piena riuscita del disco, da individuarsi in dinamiche audaci, spericolate, che rendono ogni brano un'esperienza nell'esperienza, laddove il precedente album si trovava più a suo agio nelle variazioni inter-pezzo.

Pop e avanguardia, ricerca compositiva e tiro melodico si intersecano tra loro fino a diventare un tutt'uno impossibile da districare nei suoi elementi originari, contribuendo a delineare quella che è la migliore accezione di prog-rock negli anni 10. Il tutto, senza mai eccedere nella pomposità gratuita, nel vezzo barocco a buon mercato: la scrittura, in tutta la sua ricchezza di espedienti e forme, rimane comunque il cardine fondamentale dei pezzi, non viene mai soffocata a favore del virtuosismo strumentale (comunque presente, anche se mai realmente ostentato) o della gradevole infiocchettata. Con l'aiuto della malleabile voce di Courtney Swain, cantante istrionica e tastierista altrettanto fantasiosa, i pezzi acquisiscono corpo e tridimensionalità, sfruttando appieno tutti i propri colori e sfumature.

Parte come brano dalle potenzialità hard-rock, "Counselor", ma non esita a prendere poi traiettorie totalmente diverse, trovando pure il modo di far calzare a pennello incisi dal sapore pop-punk, fraseggi ambient e momenti cameristici, lasciando che la melodia presenti tutta la sua adattabilità al variare dell'arrangiamento. In "Eve" i colpi di scena si susseguono anche più frenetici, con la morbosa oscurità del testo a fare da contraltare a buie parentesi doom (i tasti a fornire una lettura jazz alle scansioni al rallentatore della cassa e alle accordature opprimenti di chitarra), stacchi al confine con la gotica neoclassica (nella seconda metà del brano il violino di Chris Baum pare  avvicinare la poetica dei Black Tape for a Blue Girl) e brevi inserti di jazz-rock sperimentale, a lasciar esprimere chitarra e basso in piena libertà.

I Bent Knee poi non esitano ad andare alla volta del ritornello pop perfetto (come quello inserito in "Hands Down", con la Swain a presentarsi più sbarazzina che mai), o a mostrare aperture verso strutture più canoniche, mantenendo comunque intatta tutta la propria creatività (l'ottimo biglietto da visita di "Leak Water", capace di una struttura melodica ricorsiva e di notevoli passaggi inter-strofa, pur essendo priva di un reale ritornello). Ciò non toglie che la band dia il meglio di sé quando procede a briglia sciolta, quando non si pone "freni" di alcuna natura, concedendosi ogni libertà di esplorazione. E quando lo fa, non teme confronti di alcun tipo: che si misuri con motivi da opera cinese ("The Things You Love", col motivo corale di base ripreso, a mo' di bolero, sia dalla linea di tastiera, molto da Re Cremisi, sia dalla voce della Swain), oppure che si trasferisca di soppiatto a Broadway, lasciando che la vena teatrale infine esploda senza troppi complimenti ("Nakami", tra i momenti più emozionali dell'album, la sua coda a farsi man mano più imponente e disperata), il gioco è sempre valso la candela, il collettivo ha saputo dire la sua senza lasciarsi prendere la mano. Pur invaso da demoni e incertezza, il disco rivela un polso e un controllo di tutto rispetto.

Di fronte a tanta generosità creativa, è difficile insomma rimanere impassibili. In un panorama rock a stelle e strisce che attualmente guarda di buon occhio alla riscoperta degli anni Novanta in tutte le loro forme, quanto offerto dai Bent Knee presenta tratti unici, immediatamente distinguibili. Non varrà come parametro assoluto, questo è assodato, ma di fronte a una simile singolarità artistica è difficile rimanere impassibili.

(01/06/2016)

  • Tracklist
  1. Black Tar Water
  2. Leak Water
  3. Counselor
  4. Eve
  5. Transition
  6. The Things You Love
  7. Nakami
  8. Commercial
  9. Hands Up
  10. Good Girl


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