Blink-182

California

2016 (BMG) | pop-punk, rock

"If you ain't gotta sense of humor, you're better off dead!", diceva nel 1988 Roger Rabbit, e c'è da dire che la citazione calza nella situazione in cui nasce questo settimo album dei Blink-182. Tuttavia, è meglio fare qualche passo indietro per capire la diversità di questo lavoro rispetto ai precedenti. Nel settembre 2011 viene pubblicato "Neighborhoods", sesto disco in studio della formazione californiana, che modifica sostanzialmente le tonalità tipiche della band portando un sound più elettronico, cupo a tratti, e decisamente lontano dallo stile che li ha resi famosi. Un album valido e innovativo per lo storico marchio americano, che si avvicina per certi versi all'approccio musicale degli Angel And Airwaves, side project del chitarrista Tom DeLonge. A "Neighborhoods" segue una tournée che prosegue fino al 2013 e lascia presagire un certo rinvigorimento dei Blink-182.

Nel 2015 la band lascia la Interscope Records e passa alla Bmg, ed è proprio in quel periodo che qualcosa s'incrina. Si susseguono annunci di un nuovo album in lavorazione, ma l'ingresso effettivo in sala registrazione viene spesso rimandato; finché a fine gennaio Mark Hoppus e Travis Barker pubblicano una nota a nome Blink 182, annunciando che Matt Skiba dagli Alkaline Trio prenderà il posto di Tom DeLonge, in quanto quest'ultimo continua a rimandare le registrazioni. La dichiarazione desta scalpore e non manca la polemica tra lo stesso Tom che inizialmente smentisce - per poi prendere una posizione netta solo all'inizio del 2016 - e il resto della band. In definitiva, Tom prosegue per la propria strada e i Blink-182 confermano Skiba alla chitarra.

La nuova avventura si manifesta nel modo più tipico per la band: lo scorso 16 maggio sull'account ufficiale appare un microscopico brano denominato "Built This Pool" della durata di quattordici secondi, ma ripetuto in loop per dieci ore. Il testo recita "I want to see some naked dudes/ That's why I built this pool" all'infinito, fino a far radicare la filastrocca demenziale nella testa. L'ironia non è scomparsa, nonostante l'assenza della chitarra di Tom DeLonge. Il primo luglio, poi, arriva il nuovo album.

"California" si apre con gli accordi acustici di "Cynical", che dopo un inizio malinconico incalza una batteria in rapido crescendo, premendo sull'acceleratore con un ritornello sempre più gridato. L'originalità non è alle stelle, ma è un pezzo che raccoglie coerentemente i toni di "Neighborhoods", spostandosi gradualmente su sonorità meno elettroniche e sicuramente più vicine ai Blink di "Enema Of The State". Dopo è il momento di "Bored To Death", scelto dalla band anche come primo singolo estratto dall'album, forse per le sonorità copiate a carboncino sugli storici cavalli di battaglia, come "Adam's Song" e "Feeling This", che in "Bored To The Death" ritornano in maniera anche troppo evidente per gli standard del genere.
La terza traccia è "She's Out Of Her Mind", che riprende un ritmo allegro e positivo, della durata di poco più di due minuti e mezzo. Stesso discorso applicabile a brani successivi come "Sober", "King Of The Weekend" e l'ipnotico "Rabbit Hole": sono canzoni brevi, con la batteria punk di Travis che trascina avanti il ritmo e una buona dose di umorismo nei testi, che faranno venire gli occhi lucidi a qualche nostalgico dei tempi d'oro del terzetto californiano e che sapranno dare la carica di energia che un album del genere dovrebbe avere. Poi, per velocità di esecuzione, spicca sicuramente "The Only Thing That Matters", che strizza l'occhio all'hardcore più melodico.

Quel che invece fa storcere un po' il naso sono le ballad e i pezzi più melensi: se da un lato i "Na NaNa NaNa Nanananana" di "No Future" avevano pervaso l'ascoltatore di quell'allegria goliardica da college-movie, dall'altro brani come "Home Is Such A Lonely Place", "Los Angeles", "Left Alone", "Teenage Satellites" o la pesantissima "San Diego" creeranno un divario alquanto netto dal tono scanzonato del resto del disco. 
Pur non mettendo in dubbio le passate capacità della band nel realizzare pezzi più dolci ("I Miss You" resterà sempre una pietra miliare delle ballad pop-punk), a seguito del cambio di formazione, queste canzoni rivelano un sapore insipido, forse complice l'influenza di Skiba e dei suoi Alkaline Trio, che sposta l'ago della bilancia verso un pop "wannabe" punk-emo.
Non si può, però, che ritornare alla citazione iniziale. Senza l'umorismo sarebbe meglio essere morti, e così è per Mark e Travis, i quali non potrebbero far vivere i Blink-182 nel 2016 senza la forza ironica - e autoironica - che li ha da sempre caratterizzati; per questo a chiudere l'album c'è "Brohemian Rhapsody", parodia su più livelli, il cui video inscena un siparietto tra Blink e i (del tutto fuori luogo) Mumford & Sons che vi invito assolutamente a vedere.

Cosa resta di "California"? Senza ombra di dubbio l'assenza di Tom DeLonge si fa sentire, la chitarra di Skiba è sottomessa agli altri strumenti, restando come mero accompagnamento per la maggior parte dell'album, e i Blink-182, ad oggi, suonano un po' anacronistici, chincaglieria per nostalgici dei 90's.
 D'altro canto, Mark Hoppus e Travis Barker sanno ancora far bene una cosa: mettere di buon umore per quaranta minuti, quanto basta a non rendere un buco nell'acqua questo album.

(19/07/2016)

  • Tracklist
  1. Cynical
  2. Bored To Death
  3. She's Out Of Her Mind
  4. Los Angeles
  5. Sober
  6. Built This Pool
  7. No Future
  8. Home Is Such A Lonely Place
  9. Kings Of The Weekend
  10. Teenage Satellites
  11. Left Alone
  12. Rabbit Hole
  13. San Diego
  14. The Only Thing That Matters
  15. California
  16. Brohemian Rhapsody


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