Bon Iver

22, A Million

2016 (Jagjaguwar) | experimental songwriter

A questo punto ormai sappiamo che Bon Iver non è semplicemente un nome d'arte: è un alter ego e una voce interiore arrivata a separarsi dalla propria entità d'origine, ha assunto una vita propria ed è cresciuta camminando con le proprie gambe. Allontanate l'essenzialità e l'introspezione dell'esordio, nel disco successivo ha abbracciato una coralità solenne - ma a ben vedere ugualmente intimista - risollevandosi dal più profondo dolore per avviare un cammino di emancipazione, un percorso che porta a una graduale immersione nella realtà circostante, e che oggi sembra giungere a un traguardo decisivo con "22, A Million".

Se guardiamo alla produzione di Justin Vernon come a un ciclo di vita, vediamo chiaramente come l'inverno dell'anima si sia man mano calato nella postmodernità: si è intriso e ha trattenuto molte tracce delle influenze incontrate sulla sua via, accettando il rischio di compromettere la purezza che lo caratterizzava alla nascita; ciò nonostante, l'espressione "estranea" dell'artista del Wisconsin è riuscita a mescolarsi nella realtà caotica e liquefatta del nostro tempo senza perdere la sua singolarità, che altrimenti oggi ci risulterebbe irriconoscibile.

Ciò che la musica elettronica aveva annunciato negli anni 80-90 - e che solo ora sembra recepire ed elaborare pienamente - va a minare parole e suoni che ne escono criptati, glitchati: l'emersione dai flutti del mare digitale genera un simulacro estremamente precario, tanto nella forma quanto nella durata dei singoli momenti e dell'insieme; fragile ma in modo diverso dal passato, assalito da sporcature artificiali e dagli orpelli del pop di tendenza, suoni di superficie che scivolano su un basamento ben più spessorato dal mood a tratti esplosivo e debordante di effetti, tra epiche elevazioni di sassofoni ("10 d E A T h b R E a s T ⊠ ⊠", "33 'GOD'"), altre volte raccolto e solitario, come una nuova beatitudine bucolica ("29 #Strafford APTS"), sino a sfaldarsi completamente in una confusa e trasognata astrazione ("21 M♢♢N WATER").

A un contesto già poco agevole sul fronte sonoro vanno ad aggiungersi versi, simboli e numerologie indecifrabili, ipertrofiche nell'artwork come nella scaletta dei brani: enigmi verbali che potrebbero impegnare a lungo coloro che non si rassegnano di fronte a un linguaggio misterioso che, nella sua solipsistica ambiguità, costituisce parte integrante di quel profilo così schivo e renitente verso le luci della ribalta (I cut you in/ Deafening/ Fever rest / I've been sleeping in a stable, mate/ Not gonna do you no favors/ What I got is seen you trying/ Or take it down the old lanes around/ Fuckified).
Il motivo concettuale e iconografico del Tao non è altro che un appiglio esemplificativo: la coesistenza degli opposti, la tensione tra la finitezza terrena e la dimensione spirituale non esauriscono il carico di senso insito in un'espressione così poliedrica e spesso incontrollata. Talmente al di fuori di sé che persino Vernon non sembra riuscire a parlarne con cognizione di causa, come se ormai fosse il tramite designato per qualcosa su cui non può rivendicare il pieno controllo.
I find God and religion too
Staying at the Ace Hotel
If the calm would allow
Then I would be just floating to you now
It would make me pass to let it pass on
I'm climbing the dash, that skin
La stampa, e di riflesso il pubblico, si nutrono avidamente di tante banalità e aneddoti superflui che accompagnano l'auto-narrazione di chi preferirebbe non trovarsi dalla parte del microfono, di chi non vuole ma forse ancor prima non sa come parlare di ciò che riversa nella propria musica, se non per mezzo della stessa. Se c'è infatti un solo, autentico moto contrastante - qui come nell'intero output di Bon Iver - è proprio quello tra la volontà (se non altro il tentativo) di sotterrare e superare un trauma, e la necessità di ritornarvi, come a un giaciglio rassicurante nella sua dolente familiarità, nonostante tutto un porto sicuro dove riprendere contatto con la propria vera natura (I worry about shame, and I worry about a worn path/ And I wander off, just to come back home).
Non sembra esserci moltitudine o stravolgimento esteriore in grado di tradire l'anelito romantico che, in modo più o meno esplicito, sottende a ogni nuova mutazione di Bon Iver. La dimostrazione più cristallina risiede nella nudità e nello struggente lirismo di "715 - CRΣΣKS", soul a cappella che mutua lo sdoppiamento vocale di James Blake (con l'ausilio del sintetizzatore custom"Messina") dando fiato a una vibrante polifonia su ottave distorte e simultanee:
Oh, then how we gonna cry
Cause it once might not mean something
And love at second glance
It is not something that we need
Honey, understand that I have been left here in the reeds
And all I'm trying to do is get my feet up from the creeks
Di qui, inutile dirlo, risulta quantomai difficile immaginare cosa potrebbe seguire: l'unica pallida speranza che "22, A Million" ci consegna è che nemmeno un eventuale, ulteriore passo nella destrutturazione dell'attualità musicale potrà intaccare una sensibilità che in fin dei conti ne rimane avulsa. Ancor meno probabile sarebbe un effettivo ritorno alle origini, con tanta strada fatta in così poche tappe, oltre al distinto senso di incompiutezza che esige un'ultima parola prima del congedo ufficiale.
Con l'andare degli ascolti, d'altronde, quel sample che inaugura il disco canticchiando "It might be over soon" comincia a risuonare come un monito sibillino, una traccia nascosta e subliminale per annunciare che forse l'esistenza del progetto per come lo conosciamo potrebbe giungere al suo termine, alla pienezza di quel ciclo di vita avviato un decennio fa.

(01/10/2016)

  • Tracklist
  1. 22 (OVER S∞∞N)
  2. 10 d E A T h b R E a s T ⊠ ⊠
  3. 715 - CRΣΣKS
  4. 33 "GOD"
  5. 29 #Strafford APTS
  6. 666 ʇ
  7. 21 M♢♢N WATER
  8. 8 (circle)
  9. ____45_____
  10. 00000 Million


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