Brian Eno

The Ship

2016 (Warp) | meta-ambient, avant-pop

La fascinazione di Brian Eno nei confronti della nave, come non-luogo di continuità e distacco dalla dimensione terrena, ma anche mezzo capace di segnare il distacco stesso, non è propriamente una novità. A chi non volesse prodigarsi in interpretazioni extra-literam basterà ricordare quella "Big Ship" che, scaletta alla mano, aveva rappresentato la prima vera introduzione a quell'universo sonoro successivamente plasmato e concettualizzato sotto la definizione di "ambient music". Musica che con l'ambiente si compenetra, composta su misura di esso, che arriva a costituirne una parte talmente intregrante da instaurare con esso un rapporto di biunivocità, quasi un reciproco annullamento. Ancora, di una nave sognata che si limitava a "salpare lontano" si narrava in "Spider And I", senza mezzi termini il pezzo più onirico della sua intera produzione, a posteriori quasi una dichiarazione d'intenti, un manifesto. Già lì, o meglio lì più che mai, affiorava l'aspirazione a un utopico "mondo senza suono", un paradosso tutt'altro che incoerente con l'obiettivo di una identificazione tra musica e ambiente tale da rendere il primo una delle componenti fondamentali del secondo, al punto tale da renderne impossibile una vera distinzione. "We sleep in the mornings/ We dream of a ship that sails away/ A thousand miles away".

In tema di teoria, Brian Eno non ha mai lasciato nulla al caso, nonostante il profondo e complesso rapporto del suo impianto pratico con la casualità. E questo è l'altro dato di fatto, quello che completa il nesso. Il fatto che il suo nuovo lavoro, sesto in altrettanti anni dal salutare approdo su Warp, si intitoli "The Ship" non può che rappresentare, oggi, il completamento un cerchio. Segnare l'approdo, finalmente raggiunto, a quella dimensione ultra-mondana ed estranea alla quotidianità materiale e terrena che "Spider And I" si limitava a "sognare". Ispirati dal fresco caso-"Blackstar" con il profondo e longevo legame di Eno con Bowie ad alimentare la fiamma, non sarebbe poi neanche così incomprensibile volerci leggere un testamento artistico. Quanto invece ci è dato a sapere è che la title track fu originariamente concepita come strumentale per un'installazione omonima a Stoccolma. E che si tratta del frutto musicale di una serie di riflessioni originate dai "casi" del Titanic e della Prima Guerra Mondiale e relative al rapporto tra l'uomo, ossessionato dalla ricchezza e dal potere e costantemente intento a generare strumenti per facilitarne il raggiungimento (siano essi la nave o le armi), e il mondo "disincantato", sfruttato come mero terreno per la tecnica, la cui efficacia si rivela in ultima istanza del tutto cagionevole e circoscritta (la nave che affonda, la non-risolutività di una "guerra senza vincitori").

In un colpo di coda quasi schopenhaueriano, però, l'Eno-pensiero risolve tutto questo in una forma di ottimismo cosmico, dove il disincantamento rimane sostanzialmente prospettiva umana, dell'uomo per l'uomo, imprigionato in una dialettica chiusa tra alti (aspirazioni) e bassi (fallimenti), a fronte di un mondo (ancora) in grado di autodeterminare il proprio status. Un mondo che ancora è e può essere, per chi riesca a imbarcarsi e a salpare lontano, quel "mondo senza suono" tanto sognato e raggiunto sonoramente attraverso la musica generativa. Ed ecco tornare, chiara più di prima, la metafora della nave. "The Ship was from the willing land/ The waves about it roll". La natura ascetica del viaggio riecheggia nel clima di vuoto notturno, nel canto trattato al vocoder e reso distaccato, nella ri-semantizzazione di quei suoni che nel sottovalutatissimo "Another Day On Earth" parevano mirare (già dal titolo) a qualcosa di più che mai vitale, e invece a posteriori si qualificavano già come introduzioni di questo distacco. "For word a lure a prayful being/ The bad the cast away/ My never did the greater band/ My life with you is dead". Come un officiante sul confine tra terreno e ultraterreno, Eno maschera la sua voce, la disumanizza, impasta stralci di ricordi strappati ai loro contesti e metafore vaghe, con le onde del mare a fare da sfondo del viaggio e da elemento-chiave della narrazione, servendosi della dinamica generativa sia nei testi che nel suono, innalzandola a chiave d'ingresso verso l'in(de)finito.

Tutt'attorno un clima da suolo lunare e fondale oceanico, lievi mutazioni elettroniche sparse fra drones sparuti, ululati notturni e sinistri che si alternano a progressioni armoniche fioche. Nel finale, tutto questo si scioglie fra gli ultimi sussurri. "So soothe the stones that dealt the tie/ The piper plays the wind/ But we are at the undefined/ Reeking of the wing". Appunto l'indefinito, rincorso per quarant'anni attraverso l'astrazione crescente della ricerca sull'ambient music e il suo voler sfuggire alle coordinate cartesiane (vedi, di nuovo, alla voce "musica generativa"), da "Thursday Afternoon" a "Lux" passando per "Neroli", è il mare in cui il vessillo di Eno naviga. Il cerchio è effettivamente chiuso. Ed è in tal senso che i tre momenti di "Fickle Sun" rappresentano altrettante appendici, memorie provenienti dagli ultimi atti di quel "definito" che pare essere proprio il mondo terreno, "salvate" prima di disperdersi anch'esse una volta salpata la nave. Il sole flebile, progressivamente oscurato in un'eclisse, generatrice di un (ultimo) mix, tra Scott Walker e l'ultimo Sylvian, di ansia, angoscia, inquietudine si erge nei diciotto convulsi minuti del primo omonimo movimenti. Appena prima di salpare, è qui che si gioca buona parte del pathos, come in ogni ultimo atto. Distorsioni e saturazione armonica si completano in un crescendo che si fa quasi sinfonico verso la metà del brano, solenne e pronto a venire inghiottito dalla funerea onnipresenza della voce, prima libera dal vocoder e umana, poi sempre più fredda, oscurata, avvinghiata e dissonata dalla morsa di frequenze velenose sul finale.

Segue "The Hour Is Thin", due minuti di recitato ipoteticamente ambientato sul pontile di ingresso, nulla più di un attimo fuggente, rielaborato in forma di una poesia allusiva in cui ogni emozione è sospesa. "Boom. The Dark. And the wheat that died yesterday". Si tratta dell'introduzione al proto-paradiso di "I'm Set Free", inattesa e sorprendente cover di quell'autentico ritratto del mondo umano nella sua decadenza firmato da Lou Reed nell'omonimo dei Velvet Underground, forse il primo vero ritorno alla forma-canzone dai tempi di "Before And After Science" senza l'ausilio di Karl Hyde. Eno la trasforma in una ballata languida, quasi spensierata, da parte di chi sulla nave ormai ci è salito e ha voluto salutare, con mutata consapevolezza della sua finitudine, il mondo prima di salpare. "I'm set free to find a new illusion": la meta del viaggio, proprio per la sua indefinizione, è ancora tutta da scoprire. Lunga vita a Brian Eno, in ogni caso, oggi più che mai.

(02/05/2016)

  • Tracklist
  1. The Ship
  2. Fickle Sun: (i) Fickle Sun
  3. Fickle Sun: (ii) The Hour Is Thin
  4. Fickle Sun: (iii) I'm Set Free




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