I Cani

Aurora

2016 (42 Records) | electro-pop, songwriter

Dopo la creazione di una colonna sonora (quella di “La felicità è un sistema complesso”) e la regia di quello che è stato l’album italiano più chiacchierato degli ultimi mesi (“Mainstream”), Contessa torna a cavallo dei suoi Cani.
“Aurora” è un disco destabilizzante, per tanti motivi. Le musiche, i testi, il tema portante, i punti di vista, sono tutto fuorché quello che ci si sarebbe aspettato, ma allo stesso tempo sono diretti discendenti del contenuto delle produzioni precedenti. Mentre “Il sorprendente album d’esordio de I Cani” era una visione realista, distaccata e di rigetto di ciò che circondava direttamente il cantautore e “Glamour” ne era l’esatto opposto, il vedere se stesso dentro questo ambiente, “Aurora” va forse nell’unica direzione rimasta possibile: tutto lo spazio che va da fuori Roma ai confini estremi dell’universo. Tra costellazioni, geometria, misticismo e non-spazi, Contessa si muove in linguaggi estremi e specifici per raccontare sentimenti generali.

“Aurora” è come una bolla che contiene al suo interno tutti i temi dei primi due dischi, guardandoli però da un’angolazione distante e distaccata, che vede gli uomini come piccoli puntini, e quindi insignificanti. E in quanto tali, quei puntini vengono trattati come insieme, senza una reale distinzione. Il disco infatti cerca di trasmettere emozioni trasversali, senza mai dare dei punti di riferimento di un luogo specifico. Il narratore è Niccolò, ma potrebbe essere chiunque altro. Roma Nord, i pariolini, Corso Trieste, Piero Manzoni, nulla ha davvero rilevanza se messo in confronto ai massimi sistemi.
È un tentativo di divenire verso la natura, di riconsiderare l’umanità per quello che è rispetto al tutto. Come un bodhisattva (l’uomo che si accinge a diventare Buddha citato a metà scaletta), il protagonista tenta di privarsi della propria sofferenza abbracciando una percezione oggettiva e schiva della realtà, ma è un viaggio che fallisce continuamente di fronte alla necessità umana di vivere i rapporti.
E così come l’uomo, anche l’universo svolge di pari passo il suo percorso nella narrazione. Percorsi che termineranno nella doppietta “Finirà” e “Sparire”. La prima è un’istantanea dell’ultimo attimo dell’universo, che viene rievocato con espressioni come “Plutone è troppo piccolo e non ce la fa più, è stanco di lottare, di questo mondo cane”; la seconda è il lato opposto della medaglia, la consapevolezza umana che una fine, personale o universale, debba arrivare.

Contessa esplora differenti spettri lessicali per raccontare più o meno gli stessi sentimenti: la solitudine, i fallimenti, la melancholía. Che ci si trovi nel mantra circolare di “Calabi-Yau” (“Quindi basta cerca la notte/ su Google il mio nome/ io non voglio più guardare/ dentro di me non c’è niente di niente…”) o che si illustri l’apocalisse, che l’argomento sia “Una cosa stupida” o i pensieri che non fanno addormentare la notte in “Sparire”; in tutti questi casi il messaggio è sempre lo stesso. “Aurora” riesce pure nell’impossibile proposito di rendere romantico e interessante il viaggio di un pacchetto di dati nella rete.

La vetta compositiva e drammatica arriva però con “Il posto più freddo”, traccia diretta e priva di metafore che sancisce definitivamente lo slittamento di visione dal cinismo al sentimentalismo. Giusto nella prima traccia si parla di un amore senza crisi attraverso un vocabolario preso in prestito dall’economia. Anche quando cerca di essere cinico, la prospettiva non è più la stessa del passato: in “Baby soldato” vi è una descrizione della vita delle modelle “tra l'obbiettivo ed il backdrop/ tra l’after party e il panico”, ma l’osservazione cruda è sostituita da un’empatia tra cantante e soggetto, schiacciati dalle aspettative e dai fallimenti.
E l’aspetto musicale non fa altro che essere di supporto a tutto ciò. Il disco è pervaso da suoni minimali e malinconici. L’elettronica la fa ancora una volta da padrone, ma suona tutto all’opposto del “Sorprendente album d’esordio”: i ritmi sono lenti, l’atmosfera rarefatta e fredda, i suoni puliti e morbidi. Nei passaggi più intimi entra in gioco anche il pianoforte, come ad esempio nella traccia conclusiva. L’arrangiamento è spoglio ma efficace, rende alla perfezione la dimensione di sconforto. Nelle tracce un po’ più movimentate c’è una forte ispirazione al french touch: “Non finirà” può essere sintetizzata come Franco Battiato che balla sul giro di basso di “Around The World”.

“Aurora” non nasconde nulla, tutti i suoi intenti sono lì, palesi, in mostra. È un disco triste e cupo, che affronta la morte, la fine dei rapporti e dell’esistenza. Un lavoro che fa i conti con la solitudine e la perdita. E lo fa attraverso una narrazione trasversale, che prende spunto da molteplici sistemi per farli convergere in un unico insieme.
È a mani basse il suo album più maturo e completo. Riesce nel difficile compito di rendere semplice l’analisi dei sentimenti - semplicità che aveva già dimostrato nella descrizione della scena romana.
Un ascolto che, proprio come il suo esordio, dividerà parecchio e che rischia di piacere più a chi finora non ha apprezzato i Cani che ai fan.

(04/02/2016)

  • Tracklist
  1. Questo nostro grande amore
  2. Non finirà
  3. Baby soldato
  4. Il posto più freddo
  5. Protobodhisattva
  6. Aurora
  7. Una cosa stupida
  8. Calabi-Yau
  9. Ultimo mondo
  10. Finirà
  11. Sparire




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