Cate Le Bon

Crab Day

2016 (Drag City) | art-pop, psych-pop

Che razza di strano disco ha tirato fuori Cate Le Bon questa volta!
"Il suono del per sbaglio fatto apposta, una coalizione di sentimenti ineludibili e nonsense ben arrangiato, una vacanza di ieri e una vacanza attuale, che a ben vedere non è affatto una vacanza". Le presentazioni nelle note stampa hanno spesso il sapore della pura provocazione, e questa sul sito della Drag City non vale come strappo alla regola. Per quanto buffa possa sembrare e pur con tutta l'ingenuità del caso, coglie tuttavia il senso strampalato di un'opera che pervicacemente si astiene dall'avere un senso, o il verso di una musica caparbia nel non voler seguire una sola precisa direzione.

Un aggiornamento del profilo biografico della cantante del Carmarthenshire a mo' di premessa pare indispensabile, per una volta. Nel 2013 la Nostra si è spostata a Los Angeles per registrare il precedente "Mug Museum". Quella che poteva sembrare una voce estemporanea nel suo curriculum si è invece tradotta in un trasferimento con tutti i crismi, e ha incoraggiato la Le Bon negli slanci sperimentali e nel rifiuto delle forme canoniche. Le collaborazioni hanno iniziato così ad accumularsi in agenda, prima come semplici ospitate (in album di Kevin Morby e Willis Earl Beal) quindi con un nuovo progetto condiviso con Tim Presley (White Fence), Drinks, un'esperienza a tutti gli effetti liberatoria per la gallese. Accompagnata da una band che si fa chiamare The Wahrolish Banana - e che comprende Stella Mozgawa (Warpaint), Josiah Steinbrick (che produce, assieme al più quotato Noah Georgeson) e il chitarrista Josh Klinghoffer, oltre a un paio di amici di vecchia data, Stephen Black e Huw Gwynfryn Evans (meglio noti con i moniker Sweet Baboo e H. Hawkline) - la fanciulla arricchisce oggi la propria discografia di un nuovo capitolo, il quarto, intitolato "Crab Day".

Ci si limitasse a un assaggio distratto di "Love Is Not Love", posata e beatlesiana, verrebbe facile pensare che nulla di veramente significativo sia avvenuto nel mentre. Non c'è rinuncia alle orlature eccentriche (di sax e xilofono, soprattutto), seppur dispensate in modo omeopatico, ma la gallese dà prova di un songwriting maturato, di una sensibilità da cantautrice mai banale, ancora attratta dall'eleganza un po' barocca dell'artificio e della psichedelia vintage come un Jacco Gardner in gonnella. In filigrana si può già cogliere, tuttavia, un carattere irregolare che la rende sfuggente, impossibile da chiudere in una mattonella espressiva che sia valida per sempre. Ricorda curiosamente l'ultima fatica di Kelley Stoltz - altro artigiano del retro-pop andato a svernare negli stessi lidi - di cui replica il giocondo astrattismo, quella tendenza a una ritornante follia che in "We Might Revolve" sembra apparecchiata dalla scapigliata Kazu Makino di "In An Expression Of The Inexpressible", i Blonde Redhead più avanguardisti. Quello che si configura tutto attorno è allora un pastiche quantomai elusivo ma godibile, nel suo dissennato anarchismo, nella sua predilezione per le asimmetrie.

Già nell'avvio eponimo la Le Bon si era mostrata ebbra, chiassosa, pur non rinunciando a qualche sprazzo da femme fatale à-la Nico e a un ridotto campionario di pose languide. Che l'intonazione si sarebbe conformata a quella alticcia del suo padrino Gruff Rhys e di altre glorie dell'alternative di casa, i Gorky's Zygotic Mynci, con quella weirdness da battaglia e una stramba irrequietezza a imporsi come matrici (e rendere la proposta interessante), non doveva però essere un mistero. Ecco, dunque, lo sguardo alieno di "Yellow Blinds, Cream Shadows", a rendere vagamente inquietante ogni scampolo di leggiadra poesia; ecco le discontinuità che affollano la squillante "Wonderful" e chiamano all'inevitabile disorientamento; ecco l'ammiccare beffardo di "Find Me", che invita al gioco, e la luna californiana eletta a somma ispiratrice al posto del ben più celebrato sole. E ancora, l'ordine ripudiato per fare spazio alle aberrazioni, la scelta di adottare linee melodiche sghembe, una geometria musicale scalena: le scommesse coraggiose e spiazzanti in "Crab Day" non mancano di certo.

La grana tendente al rancido della pellicola e l'esposizione multipla fanno di queste dieci istantanee dai colori acidi un curioso campionario di vezzi naif e capricciose bizzarrie in arrivo dai tardi Sixties. Il talento rifulge innegabile e la voce ammalia come nelle precedenti fatiche dell'artista. L'impressione, però, è che tutta questa meraviglia rischi di uscire come soffocata dai trucchetti della forma e di passare così in secondo piano, senza potersi esprimere con quell'esplosività che pure la Le Bon ha da sempre nelle sue corde. Sarebbe un peccato.
Il canovaccio prosegue su questi registri nella seconda facciata, tra espressionismo grottesco e slanci aulici di cristallina bellezza. Le fascinazioni rimangono una pregevole (e talvolta sinistra) allusione senza svilupparsi davvero fino in fondo, strozzate da una scrittura stravagante quasi per contratto, ma mai liberatoria o gioiosamente detonante. La catarsi è preclusa per scelta.

La Le Bon si diletta nel vestire i panni dell'ammaliatrice, come una moderna Circe del pop sofisticato. L'incantesimo è fragile e sottilissimo, all'ascoltatore la facoltà di prestarvisi o di infrangerlo subito senza appelli. La nostra opinione è che la prima strada possa valere la pena, perché queste canzoni meritano di non venire bruciate in un attimo, e che si torni a loro con la necessaria pazienza. Le fate morgane della giovane illusionista gallese suonano come esercizi dada di superba fattura e marcano una distanza significativa dalla media del psych-pop oggi in circolazione: tante le reminescenze frammentarie, nessuna vera affiliazione estetica, proprio come nell'opera del già citato White Fence. Alla sua maniera, Cate si limita a offrire lampi, incoerenti e ingannevoli come la coda mesmerica di "What's Not Mine".
A noi il piacere di vederci quel che preferiamo.

(18/04/2016)

  • Tracklist
  1. Crab Day
  2. Love Is Not Love
  3. Wonderful
  4. Find Me
  5. I'm A Dirty Attic
  6. I Was Born On The Wrong Day
  7. We Might Revolve
  8. Yellow Blinds, Cream Shadows
  9. How Do You Know?
  10. What's Not Mine
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