Comet Is Coming

Channel The Spirits

2016 (Leaf) | psych, free jazz, electro, fourth world

Quando free jazz, psichedelia, (p-)funk, elettronica, fourth world-music, afro-beat e jungle si uniscono in una caotica armonia sonora, scatenano un Big Bang musicale luminescente che travolge il corpo e lo spirito, mescolando gli istinti primordiali a un'incontrollabile brama di esperienze - sensoriali ed extra - non ancora vissute.
Detonatori dell'esplosione sono, in questo caso, i Comet Is Coming, progetto londinese nato durante una jam live tra i Soccer96 - duo elettronico formato dal tastierista "Danalogue The Conqueror" (Dan Leavers) e dal batterista "Betamax Killer" (Maxwell Hallett) - e il sassofonista "King" Shabaka Hutchings, già in forze a Melt Yourself Down, Sons Of Kemet e Alexander Hawkins Ensemble.

Immaginate la parata tribal-psych in maschera dei Goat e lo sperimentalismo quartomondista dei Gala Drop magnetizzati dal sassofono invasato di Pharoah Sanders: se in questo calderone retro-futurista aggiungete l'ossessività dei ritmi jungle, innervati di oscure esalazioni trip-hop, otterrete il sound della "cometa". La stella era stata annunciata nel 2015 dal folgorante Ep d'esordio "The Prophecy", licenziato dalla britannica Leaf. Ora, è il momento di alzare gli occhi al cielo e prepararsi alla collisione con "Channel The Spirits", prodotto sempre dall'etichetta di Tony Morley.

Un fulmineo, ma denso, trip astrale ("The Prophecy") spalanca le porte a "Space Carnival", impetuosa danza iniziatica che solleva una nube di polvere e sudore e ottenebra la mente, tormentata dagli esotici blitz ai fiati di Hutchings.
Il sax si eleva a perno attorno al quale ruota il poderoso impianto ritmico di gran parte delle tracce dell'album: è evidente nel prog-funk intriso di elettronica "Journey Through The Asteroid Belt" come nel delirante midtempo "Slum Dunk In A Black Hole", oltre che nel brumoso dub di "Cosmic Dust". Nel mezzo del viaggio, l'aurora boreale dei Royksopp più datati rischiara l'interludio "Nano", che librandosi nell'aria si tramuta in "New Age" sfoggiando delicate tessiture nipponiche.

Scagliati improvvisamente al suolo dalla feroce carica sessuale sprigionata dal synth-bass di "Star Furnance", è tempo di immergersi nella paludosa melma trip-hop di "Channel The Spirits", la cui traversata è resa ancor più insidiosa dai lamenti free jazz perpetuati da Hutchings. Si riprende fiato con il secondo intermezzo, "Deep Within The Engine Deck", i cui incensi preparano il terreno al sermone distopico "Lightyears", composto e declamato dal vocalist alt-hop Joshua Idehen (già membro dei Benin City). "I don't think you have the stomach for what I've got to say", arriva a scandire sprezzante il rapper, mentre distorsioni e batteria incidono col sangue l'epitaffio del pianeta. "End Of Earth".

Come al termine di uno stato di trance, dopo questi quaranta minuti non ricorderete più nulla. Sarà d'obbligo, quindi, riprovare l'esperienza di "Channel The Spirits" ancora una volta. E poi ancora un'altra. E un'altra...

(24/06/2016)



  • Tracklist
  1. The Prophecy
  2. Space Carnival
  3. Journey Through the Asteroid Belt
  4. Nano
  5. New Age
  6. Slum Dunk in a Black Hole 
  7. Cosmic Dust
  8. Star Furnance
  9. Channel the Spirits
  10. Deep Within the Engine Deck
  11. Lightyears
  12. End of Earth
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