Danny Brown

Atrocity Exhibition

2016 (Warp) | experimental hip-hop, hardcore hip-hop

Nonostante Danny Brown sia stato l'autore di un album capace di rendere nuovamente interessante l'hardcore hip-hop nel 2011, l'ossessivo e autobiografico "XXX", e di un maestoso calderone come "Old" (2013), è difficile non rimanere spiazzati da questo "Atrocity Exhibition".
Il rapper di Detroit ha già dimostrato un forte interesse per forme di hip-hop assolutamente poco canoniche, nei momenti più coraggiosi persino disorientanti. Nulla, tuttavia, è paragonabile a quello che questi 15 brani propongono: una sequenza ininterrotta di esperimenti sbilenchi, di beat atipici, di arrangiamenti surreali. 

Si è tanto parlato dei richiami post-punk, che sono presenti e contribuiscono a buona parte della playlist. Sembra però del tutto fuorviante citare solo questi, come elementi caratterizzanti, poiché l'opera sembra alimentarsi di una discoteca molto più ampia, di un arsenale di stili che comprende il post-punk, ma che ingloba anche gli esperimenti del noise-rock, la destrutturazione del ritmo propria del breakbeat e della jungle, le linee di basso sensuali ed elaborate del funk. Certamente potete ritrovare fra le pieghe dei brani i Joy Division ("Golddust") o i Talking Heads ("Dance In The Water") ma ridurre il tutto a una fusione fra post-punk e hardcore hip-hop pare riduttivo.

"The Downward Spiral" è un dub-blues astratto e cacofonico, degno di una versione rarefatta e psichedelica degli Us Maple. "Rolling Stone" fa dialogare un basso profondo con linee vocali tetre e un synth da brividi: è un brano perduto in una nebbia angosciante, animata solo da allucinazioni inquietanti. "Really Doe", l'unico pezzo oltre i 4 minuti, sfrutta il tempo per far partecipare Kendrick Lamar, Ab-Soul e Earl Sweatshirt a una jam che si colloca a metà fra il thriller e la filastrocca macabra.
"Lost", con fiati messicani pigri e un campionamento vocale su base funk degno dei Soul Coughing, è un esempio lampante di come bastino 127 secondi a Danny Brown per scrivere un brano creativo, capace di distinguersi dal marasma di hip-hop che pure viene prodotto quotidianamente. "Golddust" unisce i fiati sullo sfondo con un sample chitarristico assordante di "People From Out The Space" degli Embryo, in una delle fusioni più stravaganti dell'album. "Pneumonia" pesca a piene mani dall'industrial, crogiolandosi in un arrangiamento funebre. "Today" ricorda persino le voci più spettrali dei Residents, protagoniste sopra un pulsare angosciante. "Hell For It" chiude con una fantasia pianistica su detriti cacofonici.

Saltuariamente si riscopre l'anima più festosa, come in "Ain't Funny", comunque oppressa da un arrangiamento gonfio di bassi, e in "White Lies", filastrocca resa disturbante dalle voci modificate. "Dance In The Water" sfodera un trascinante ritmo tribale, con Danny Brown a urlare come una rockstar. "When It Rain" ha la cassa possente e la melodia ripetitiva ma velocemente mostra la propria anima di inno da dancehall malato, alimentato da un senso del divertimento malsano e nevrotico.  In questo contesto appare banale l'inno alla droga "Get Hi", sorta di riduzione all'osso dei Cypress Hill.

Sopra a tutto questo, sempre protagonista il timbro acuto di Danny Brown, capace di mantenere il tempo destreggiandosi su ritmi sbilenchi, deformi, latitanti o sovraffollati. Si parla, come già accadde in passato, delle sue ossessioni, paranoie, allucinazioni e ovviamente di droghe e sesso. Non si contano i rimandi, le citazioni di cultura popolare e di altri musicisti, a partire dal titolo dell'album, uguale a un brano dei Joy Division ma anche identico al romanzo sperimentale di  James Graham Ballard del 1970.
Danny Brown non è un profeta, né un fine interprete della società, un narratore dal respiro sociale o politico, ma quasi sempre i suoi testi svelano rimandi nascosti e doppie letture, come già accadde in "XXX".

Sfoggio di creatività, mai prolisso, "Atrocity Exhibition" è la versione incompromissoria di "The Life Of Pablo", imbevuta di dolore, ansia, tossicodipendenza e una vena artistica violenta, spiazzante, disorientante. Danny Brown ce l'ha fatta di nuovo, superando se stesso e consegnando uno più peculiari album hip-hop del 2016.

(05/10/2016)

  • Tracklist

1. Downward Spiral
2. Tell Me What I Don't Know
3. Rolling Stone (feat. Petite Noir)
4. Really Doe (feat.Kendrick Lamar, Ab-Soul & Earl Sweatshirt)
5. Lost
6. Ain't It Funny
7. Golddust
8. White Lines
9. Pneumonia
10. Dance In The Water
11. From The Ground (featuring Kelela)
12. When It Rain
13. Today
14. Get Hi (featuring B-Real)
15. Hell For It

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