Deftones

Gore

2016 (Reprise) | alt-rock, alt-metal

Prima di proseguire con l'ultimo disco dei Deftones, intitolato "Gore", bisogna ritornare al 2008, quando il bassista Chi Cheng rimase vittima di un incidente stradale che lo portò in coma. Il gruppo mise in stato di standby il disco a cui stava lavorando in quel momento, "Eros", con l'intento di pubblicarlo quando Chi Cheng sarebbe tornato a camminare per suonarlo assieme in un nuovo tour, ma purtroppo questa speranza si è infranta nel 2013 con la sua morte. Il fatto si riflette tanto nelle sonorità, più cupe e conflittuali tra loro, quanto nel songwriting, che cerca al tempo stesso di mantenere legami con la propria identità e di andare oltre per proseguire un discorso autonomo. Come a dire che il passato non si dimentica e non si deve dimenticare, ma che bisogna alzare la testa e guardarsi avanti.

Il disco è meno raffinato e compatto del predecessore, suona anzi con un piglio un po' più da jam session e per certi versi più spontaneo, alternando momenti diversi tra fraseggi melodici vicini al dream-pop (già con l'iniziale "Prayers/Triangles"), passaggi oscuri (come in "Acid Hologram" con un riff vicino al doom-metalo nella title track), riff à-la Meshuggah ("Doomed User" e il finale di "Phantom Bride"), refrain che rimescolano melodia e distorsione (di nuovo "Doomed User" con attacchi hardcore-punk e un ritornello che riprende linee vocali emotive e sognanti). Il fulcro di tutto è l'equilibrio tra dinamismo sonoro e atmosfericità, in cui i Deftones sono ormai maestri.
Nel complesso, però, "Gore", a dispetto del titolo, non torna all'aggressività del passato, anzi appare poco ispirato e convincente quando cerca di concentrarsi sulla durezza. Piuttosto, il disco prosegue con le aperture verso le influenze shoegaze, per mantenere il suono corposo, tra atmosfere sognanti (si notano soprattutto "Phantom Pride", dove è ospite anche Jerry Cantrell degli Alice In Chains con un dolce assolo, e i muri sonori emotivi della conclusiva "Rubicon") e una raggiunta consapevolezza artistica.
L'approccio è impreziosito dai consueti contrappunti melodici ispirati dalla darkwave e da gruppi post-rock della scuola degli Explosions In The Sky (su tutte la spaziale "Hearts/Wires" e "(L)MIRL", forse le più vicine ai progetti paralleli del cantante Chino Moreno, ovvero i ††† e i Palms). C'è comunque meno differenza fra i brani più distorti e quelli meno distorti, rispetto ad altri album del passato.
Il lato peggiore è probabilmente la produzione, che tende ad appiattire le chitarre e a togliere un po' di colore alla sezione ritmica, ma non in modo eccessivo.

I Deftones non sono più e non saranno mai aggressivi come agli esordi, ma questo è un bene, perché sono mutati i tempi ed è mutato il gruppo stesso; i componenti hanno più di 40 anni e, pur mantenendo un discorso stilistico coerente, si guardano attorno e cercano nuove soluzioni da introdurre (proprio per via della morte di Chi Cheng l'attenzione di tutti sarà rivolta in particolar modo al basso, dove Sergio Vega decide di sperimentare uno strumento a 6 corde e una direzione più prog-oriented). Ciò li pone un gradino al di sopra di formazioni provenienti dalla stessa scena che però ora sono impegnate a ricalcare in maniera artificiosa gli psicodrammi del passato (qualcuno ha detto Korn?), come anche a chi a un certo punto si ispirò alla loro versatilità sonora e vocale per poi naufragare in un metal-pop annacquato e insipido (ci viene in mente Anders Fridén, passato dall'omonimo ottimo disco dei Passenger agli ultimi dimenticabili lavori degli In Flames).
Al tempo stesso, il gruppo sembra ormai preferire viaggiare su rotte più sicure, senza osare più come in passato, avvicinandosi agli sperimentalismi emotivi di dischi come "Saturday Night Wrist" o del loro capolavoro "White Pony", e gli spunti che caratterizzano l'album non sono vere novità essendo piuttosto il completamento di una tendenza già avviata. 

In conclusione, un disco di mestiere, che dà il meglio di sé quando si concentra sulla melodia e l'atmosfera, apparendo meno ispirato nei momenti più distorti. Un lavoro che all'occorrenza richiede qualche ascolto in più per essere assimilato da chi si aspettava maggiori cambiamenti.

(17/12/2016)



  • Tracklist
  1. Prayers / Triangles
  2. Acid Hologram
  3. Doomed User
  4. Geometric Headdress
  5. Hearts / Wires
  6. Pittura Infamante
  7. Xenon
  8. (L)MIRL
  9. Gore
  10. Phantom Bride
  11. Rubicon
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