Ed Harcourt

Furnaces

2016 (Caroline) | rock, songwriter

Sembrava che l'ispirazione e la voglia di osare si fossero allontanate da Ed Harcourt dopo i primi due bellissimi dischi. Harcourt si era mantenuto quasi sempre su livelli più che godibili con i tre album successivi, ma non si era più nemmeno lontanamente avvicinato agli altissimi picchi qualitativi del periodo 2001-2003. Nel 2013, però, "Back Into The Woods" aveva mostrato importanti segnali di risveglio, con un sound estremamente essenziale ma con una qualità melodica e una sensibilità interpretativa fuori dal comune. Questo settimo lavoro è esattamente all'opposto rispetto al predecessore dal punto di vista del suono, ma soprattutto certifica la resurrezione di Ed Harcourt, che si pone nuovamente come uno dei punti di riferimento del cantautorato contemporaneo.

In realtà, di cantautorale questo disco non ha molto, perché tutte le canzoni sono chiaramente fatte per essere suonate da una band. La realizzazione, però, è quasi tutta ad opera dell'autore, che ha suonato la maggior parte degli strumenti, a parte l'aiuto di alcuni musicisti amici, come Stella Mozgawa delle Warpaint, il bassista Tom Herbert degli Invisible & Polar Bear, la cantante Hannah Lou Clark e il percussionista Michael Blair, un collaboratore abituale di Tom Waits. Come ci ha detto Harcourt nella nostra intervista di prossima pubblicazione, gli interventi dei personaggi qui sopra sono stati sporadici, e le uniche persone che sono state con lui per molto tempo sono il notissimo produttore Flood e il tecnico del suono.

L'album è un complesso e denso caleidoscopio di suoni e di emozioni. La cura dei dettagli negli arrangiamenti è maniacale e gli strumenti utilizzati sono tantissimi, tra quelli più tradizionali e un vasto assortimento di archi e fiati. Non c'è, però, mai ridondanza sonora, ogni elemento è utilizzato con attenzione e criterio, sempre al servizio della canzone e dell'emozione che essa vuole dare. La fantasia nei giri strumentali e nell'aspetto ritmico è sempre molto fervida e le sfumature sonore sono infinite, con un'alternanza di pieni e vuoti molto naturale e che non dà mai pesantezza, ma serve solo ad aumentare il senso di fluidità all'ascolto.
A questa altissima qualità sonora si accompagnano melodie parimenti ispirate e un timbro vocale quasi sempre più sporco e ruvido rispetto al passato, talvolta efficacemente aiutato da seconde voci. Il risultato è una serie di brani che, nonostante una certa cupezza e le ambientazioni ricche di tensione e disagio, hanno la possibilità di colpire immediatamente qualunque tipo di ascoltatore.

Alcuni episodi sono epici e prorompenti, come il singolo "The World Is On Fire" e "Loup Garou", ma non mancano canzoni più scarne, tra le quali si distingue "Nohing But A Bad Trip", e altre più leggere dal punto di vista emotivo, tra cui merita di essere segnalata soprattutto "Occupational Hazard". Ci sono anche momenti nei quali convivono più anime, come l'altro singolo "Dionysus", che parte solo voce e piano, quasi fosse un'appendice del disco precedente, per poi aprirsi in una lunga tirata di impronta rock, alternando momenti di calma e altri in cui invece si picchia duro.

Un grandissimo disco, uno dei migliori del 2016, perfetto sotto tutti i punti di vista: scrittura delle canzoni, esecuzione, produzione artistica. Qualità e forza emotiva vengono coniugate su un livello che si verifica sempre più raramente.

(20/09/2016)



  • Tracklist
  1. Intro
  2. The World Is On Fire
  3. Loup Garou
  4. Furnaces
  5. Occupational Hazard
  6. Nothing But A Bad Trip
  7. You Give Me More Than Love
  8. Dionysus
  9. There Is A Light Below
  10. Last Of Your Kind
  11. Immoral
  12. Antarctica
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