Elysia Crampton

Demon City

2016 (BreakWord Records) | queer electronics

In una serie di notevoli interventi e pubblicazioni, Leela Gandhi - acutissima autrice nonché bis-nipote di quel Gandhi - ha lanciato un'idea rivoluzionaria nel campo degli studi post-coloniali, in stato di stagnazione nel reiterare narrative derivative di négritude. Per uscire una volta per tutte dal tunnel dell'essenzialismo cronico, quello cioè alla base di ogni tentazione imperialista, sottostante qualunque discorso di "autenticità", differenze strutturali e opposizioni binarie, è necessario, per la Gandhi, (ri?)abbracciare un certo spirito cosmopolitano, votato alla non-violenza, alla non-sovranità e a una visione fluida dell'identità, mantenendo però allerta allo stesso tempo una coscienza militante e politicizzata. Quello che viene fuori, in questa visione dell'uomo post-nazionale, è una rete di "comunità affettive", in cui colonizzato e colonizzatore si scoprono camerati alle prese con affermazioni collettive d'esistenza e demoni comuni da esorcizzare.
La storia di Elysia Crampton è l'esempio più tangibile, nello spazio di un solo corpo, di commilitone incastrato in un incredibile traffico di sovrastrutture all'americana. Immigrata, latino, mestizo, transgender.
"How the hell do I make sense of it?", si chiedeva la Crampton tra le righe del personalissimo e influente capolavoro "American Drift", uscito giusto un anno fa. Con "Demon City", invece, la ricerca si fa collettiva, l'autorialità si diluisce e de-centra in un'opera che di queste "politiche dell'amicizia" si erge a manifesto.

Ma andiamo con ordine. Di chi/cosa stiamo parlando nella comune in oggetto? La rete di artisti e producer che viene a galla in "Demon City" è un'affiatata cerchia accomunata da una precisa visione artistica, in cui dominano i giochi di referenze e in cui il dancefloor e l'industria sono trascesi in un'estetica ibrida fino quasi ad annullarsi a vicenda e riattivare, a sorpresa, selvagge pulsioni pre- e post-moderne.
Why Be e Chino Amobi sono, oltre alla Crampton, le altre due firme che in questa visione post-coloniale, in cui il personale è politico e in cui razza e genere si scoprono problematici, stanno scrivendo capitoli fondamentali (Amobi ha rilasciato sempre quest'anno "Airport Music For Black Folk", "Izlamic Europe" e "Beyonce's Hammock", Why Be lo scorso anno l'eccellente "Snipestreet") e che non potevano mancare alla proposta della collega, Rabit e Lexxi raccolgono la chiamata dalle "strade sbagliate" di Houston e da Londra rispettivamente, completando il palinsesto dell'opera.
"Demon City" si legge, su indicazione della Crampton, come un poema epico - un poemetto, forse, vista la durata contenuta - omaggio e testimone dello stile "severo", definito come quel processo che ha ispirato e sostenuto la ricerca di una giustizia trasformativa, reso possibile solo dalla comunità, dall'esistere insieme.

L'introduzione è riservata quindi a un duetto con Why Be, "Irreducible Horizon", che ha effettivamente i toni da ouverture, incluso sample pianistico e tensione pseudo-orchestrale, salvo liberare spasmi ritmici asfissianti in odor di kuduro e i proverbiali "snip" digitali a mo' di firma della Crampton.
La potenza evocativa del poema si schiude tutta con "After Woman", tragica suite queer, composta con Rabit - riconoscibile nei synth a tempesta acida - dedicata a Bartolina Sisa, l'eroina indigena massacrata e vivisezionata dalle truppe coloniali spagnole. È un passaggio sismico pieno di enfasi, dramma, forse il più vicino al magma di "American Drift", dove il tono epico-apocalittico è contrappuntato da frantumi di beat e campionamenti di risate e un loop degli African Head Charge che avanza sullo sfondo di tutto.

Il richiamo della foresta si materializza infatti nell'atto successivo di "Dummy Track", ancora con Why Be in regia, che mette in piedi una grottesca danza electro-tribale, ma più che sorvolare una giungla urbana è in una indefinita condizione post-industriale, quella in cui ci troviamo, dove i cristalli liquidi dei monitor raccontano storie paleontologiche e l'identità esiste in un simile stato di eterna bastardaggine.
"Children Of Hell" e soprattutto "Esposas 2013" sono gli altri numeri notevoli dell'opera, quest'ultima che giunge come il momentum del lavoro, con i synth a fare le veci di un ensemble d'archi che si dilegua però subito in un'estasi violenta, con spari, fuochi e astronavi ad assicurare quel tocco sci-fi caro all'artista boliviana.
Il sipario cala infine con "Red Eyez", outro a cura del londinese Lexxi, a concludere con una spinta e direttissima marcia grime il complesso umore dell'opera e lasciandosi in coda una visione simbolicamente dinamica e tutt'altro che auto-compiaciuta delle intenzioni di questa città di demoni.

In definitiva, il contenuto di "Demon City" è riassunto fin dallo splendido artwork in copertina. Una confusa formazione geologica che rivela, ingrandita alla lente del microscopio, un insieme di aggeggi tecnologici in obsolescenza che a loro volta, a uno sguardo ancora più attento, scoprono i profili stilizzati di una qualche divinità inca, attorno a una forma femminile vagamente censurata.
Apocalisse, macchine, geofilia, politiche identitarie, la condizione di "colonizzato" che si apre a più livelli di interpretazione e una contigua storia postcoloniale ancora da riscrivere. Questi i temi roventi accumulati nei ventisei minuti scarsi di "Demon City" dalla "comunità affettiva" trans-nazionale messa insieme da Elysia Crampton, opera che ferma un'istantanea delle intuizioni e delle sperimentazioni del collettivo e che fornisce un piano d'azione nelle sue vedute irriducibilmente queer.
Se è vero che "Demon City" è indubbiamente materia complessa e incompromissoria, ignorarlo significa nondimeno chiudere entrambi gli occhi su una delle scene più significative dell'elettronica post-club contemporanea, nonché perdere la rara occasione di fare i conti con l'impasto di colonizzatore e colonizzato, silenziosamente alberganti in ognuno.

"Demon City" esce sulla "politicamente orientata" BreakWorld, per cui la Crampton ha in saccoccia un secondo lavoro entro l'anno prossimo.

(01/07/2016)

  • Tracklist
  1. Why Be & Elysia Crampton - Irreducible Horizon
  2. Rabit & Elysia Crampton - After Woman
  3. Why Be, Elysia Crampton & Chino Amobi - Dummy Track
  4. Elysia Crampton & Rabit - The Demon City
  5. Chino Amobi & Elysia Crampton - Children Of Hell
  6. Lexxi & Elysia Crampton - Esposas 2013 (No Drums)
  7. Lexxi - Red Eyez
Elysia Crampton su OndaRock
Recensioni

ELYSIA CRAMPTON

American Drift

(2015 - Blueberry)
Emozione e trascendenza nel primo album della drifter americana

Elysia Crampton on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.