Fat White Family

Songs For Our Mothers

2016 (Without Consent) | filthy psych

Nei 32 mesi che hanno separato "Champagne Holocaust" da "Songs For Our Mothers", a colpi di teste di maiale e falce e martello, i Fat White Family sono riusciti a passare dall'esibirsi in un pub militante senza neanche un palco ad avere il consenso del direttore di the Quietus e la copertina di Nme, esattamente i due poli opposti della stampa musicale del Regno Unito, in una consacrazione tanto inspiegabile quanto squisitamente britannica, culminata nella vincita del Philip Hall Radar Award, il premio dato ogni anno al miglior emergente scelto direttamente dai redattori del New Musical Express.
Mesi in cui l'attenzione della stampa si è concentrata tante volte più sull'attitude che sull'effettivo valore musicale della band, tralasciando spesso il fatto che i fratelli Lias e Nathan Saudi, e, soprattutto, Saul Adamczewski, le menti musicali del gruppo, sono maledettamente talentuosi. Non sono puliti, non sono sani, vengono dalle scuole d'arte e ricordano molto più i Clash che i Libertines: insomma, in due parole, necessari e irresistibili.

Le canzoni che i ragazzi di Brixton offrono alle proprie madri, parafrasando il titolo di questo sophomore, sono quanto di più lontano possa esserci dalla concezione mediterranea di dedica sentimentale: nelle dieci tracce del disco, i Fat White Family scendono ancora una volta negli inferi dell'orrore umano. Dove in "Champagne Holocaust" c'erano pedofilia e stupri, qui ci sono relazioni violente, povertà, dittatori e serial-killer.
A fare da raccordo tra i due dischi è "Whitest Boy On The Beach", primo singolo e unico pezzo in cui le chitarre e i synth scandiscono ancora un tempo sostenuto, prima della discesa verso l’oscurità e la claustrofobia, sia dei suoni, sia dei testi.

La volontà di non scrivere un altro disco garage, per loro stessa ammissione, ha spinto il gruppo verso i territori più tetri della psichedelia (“Tinfoil Deathstar”) e del kraut, sconfinando, in alcuni episodi (come nelle inquietanti "Duce" e “We Must Learn To Rise”), nel dark, fino all'industrial di “Satisfied”, prodotta da Sean Lennon e registrata negli studi di Yoko Ono a New York usando gli strumenti di John.
Ma i Fat Whites sono un gruppo da pub, cresciuto con Springsteen e innamorato dell’Americana, e gli echi folkeggianti da drinking song arrivano ancora in “Lebensraum”, in cui si fanno risentire anche le chitarre garage, nei fiati di “When Shipman Decides” e nella finale “Goodbye Goebbels”, che racconta degli ultimi istanti nel bunker di Hitler prima del suicidio.

Non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze: i componenti della band, di fatto, sono molto più intelligenti e acculturati di quello che vorrebbero farci credere. A partire dalla copertina del singolo, che si rifà apertamente a quella di "20 Jazz Funk Greats" dei Throbbing Gristle, fino alle continue menzioni e citazioni che appaiono nei testi e ai diversi piani di lettura e significato che si possono trovare in essi: in superficie, la fascinazione per i totalitarismi e le grandi narrazioni, unita al rifiuto di ogni timore reverenziale nei confronti dei loro simboli, che possono far passare i musicisti come stupidi sostenitori delle dittature del secolo breve; poi, la libertà di scrivere di qualsiasi fatto o personaggio del proprio tempo senza preoccuparsi del "politicamente corretto" o del socialmente accettabile, in quanto parte fondamentale e innegabile nella costruzione della società odierna; in fondo, la proiezione della propria esperienza personale in quella dei personaggi raccontati.

Così, se Primo Levi appare in "Satisfied" mentre pratica una fellatio al narratore ("My penis was an oblong pebble/ My balls two benevolent stones/ She looked like Primo Levi sucking marrow out of a bone"), la violenta relazione personale e creativa tra Ike e Tina Turner raccontata nella "ballad" “Hits, Hits, Hits” diventa la metafora del rapporto difficile tra il maggiore dei fratelli Saudi e Adamczewski. Lo stesso tema che si nasconde anche dietro “Love Is The Crack”, solo apparentemente ispirata ai Roxy Music: non di droga si parla, ma dello schiocco di una frusta, frase idiomatica che sottintende autorità nei confronti di qualcuno.
E non è certo assente la militanza politica e sociale, che rende i Fat White Family un gruppo genuinamente punk nelle intenzioni più che nelle scelte artistiche, evocata dalla presenza del “morto di stato” David Clapson in “Tinfoil Deathstar”.

Forse a mancare in questo “Songs For Our Mother” sono l’immediatezza e la freschezza del sound del debutto, e al primo impatto è facile pensare di trovarsi nella zona di comfort di una band che ha fatto del fastidioso e repellente la propria cifra stilistica. Ma c’è di più, oltre alla faciloneria e alla furbizia del disgustoso dietro cui si mascherano i Fat White Family, qualcosa che attira l’ascoltatore e, finalmente, solleva il velo di Maya.

(01/01/2016)



  • Tracklist
  1. Whitest Boy On The Beach
  2. Satisfied
  3. Love Is The Crack
  4. Duce
  5. Lebensraum
  6. Hits Hits Hits
  7. Tinfoil Deathstar
  8. When Shipman Decides
  9. We Must Learn To Rise
  10. Goodbye Goebbels


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