Fruit Bats

Absolute Loser

2016 (Easy Sound) | roots-rock, americana

Still seasick and waiting for the storm to break
An absolute loser on the verge of something great

Cinque anni fa Eric D. Johnson era a un passo dal paradiso. Un buon disco in uscita, intestato ai Fruit Bats ma farina del suo solo sacco, diverse colonne sonore per film anche apprezzati, il promettente avvio della carriera di produttore e poi l'ipotesi sempre più concreta di uno smarcamento, quella nomea di artista eternamente irrisolto prossima alla definitiva sconfessione. D'un tratto, ecco aprirsi però un buco nero nell'anima, il figlio a lungo atteso morto prima di venire al mondo e quell'armonia, conquistata a fatica, che va in pezzi di schianto. Di puro masochismo la risposta, con la chiusura in se stesso e l'illusione di potersi riquadrare solo sbarazzandosi di una maschera in fondo innocua, indossata per un quindicennio, e rimpiazzandola in un amen con un acronimo onomastico, nuova incarnazione intimista e nuovo album. Alienazione, scarsa lucidità, frustrazione e disorientamento. Non proprio la formula dell'oro alchemico per un'opera destinata a suonare fredda e monocorde, collezione di canzoni private di un qualsiasi approdo al di là dello sconforto.

La solitudine non poteva che nuocere al musicista, ma è stata la nostalgia a strapparlo dalle secche di un'involuzione troppo simile a un vicolo cieco. Appena due anni dopo aver liquidato il progetto più importante di tutta una vita, Eric è tornato sui suoi passi per annunciarne l'inatteso ritorno. Concretizzatosi oggi con quello che è il sesto capitolo del romanzo Fruit Bats - il primo senza il marchio Sub Pop dopo quasi tre lustri - con il fido Thom Monahan in cabina di regia e una formazione nuova di zecca (Kevin Barker dei Vetiver, Brian Kantor e David Dawda) ad accompagnare il frontman.

"From A Soon-to-be Ghost Town" ci riconsegna la band rediviva spigliata come ai bei tempi, sufficientemente ariosa con il brio dettato dal pianoforte e un Johnson tornato in pista con discreto smalto, a optare chiaramente per una sfrondatura in sede di arrangiamento e songwriting così da privilegiare la stessa formula agile degli ultimi Nada Surf, non troppo elaborata ma assai vitale sul piano delle emozioni. La tonicità dell'opener trova subito conferme in un episodio come "Humbug Mountain Song", se possibile anche più scattante e frenetico. Se l'intento era la diversione, da esercitare per mezzo di un sound incalzante e mediamente vivace, lo scopo può dirsi raggiunto. Al di là dell'epidermide, dietro un schermo di serena imperturbabilità, si intuiscono comunque le fresche cicatrici dell'autore di Chicago in un'opera incentrata per intero sui temi della perdita e della ridefinizione di sé.

La title track rispolvera il vestitino folk e gli automatismi efficaci dei giorni migliori, senza silenziare nel contempo quel fondo di amarezza che in quest'occasione lavora come un pungolo irrinunciabile e serve a conferire quel po' di profondità a scenografie sonore altrimenti prive di spessore. Fragile ma intenso nel suo risaputo romanticismo, Eric non nasconde una vulnerabilità emotiva mai tanto significativa nei quadretti pure ingenui del passato, un sentiero impervio percorso peraltro con l'umiltà e il criterio necessari. La tristezza si percepisce dietro ogni curva, ma non ha la meglio perché è l'orgoglio, in definitiva, a ritagliarsi l'ultima parola. I Fruit Bats scelgono quindi un ritorno tutt'altro che angusto, più plasticamente (e superficialmente) rock, ma interpretato con una genuinità ancora abbastanza incontaminata, tra corpose intonazioni roots (alla maniera dei Decemberists di "The King Is Dead") e buone scorte di entusiasmo.

A tratti sembrano intenzionati a riproporre la loro canonica prospettiva frugale, senza più quella briosa esuberanza che li motivava a voler stupire anche con poco, rimpiazzata stavolta da un disincanto maturo, doloroso ma mai crudo, che ammanta di inflessioni autunnali diversi dei nuovi brani e limita il gioioso virtuosismo in miniatura di ieri per privilegiare uno sguardo più assennato. Gli sbocchi pop, ad ogni modo, non sono mai del tutto preclusi e, al costo di qualche banalità non pregiudicante, migliorano sensibilmente il tenore umorale. Il quartetto si gioca la carta di un jangle-pop assai poco impegnativo ma all'apparenza radioso che abbraccia a fin di bene soluzioni più didascaliche del consueto, ma sa regalare ancora bei refrain appassionati, distillati di malinconia tascabile che sanno bene come non farsi dimenticare ("None Of Us", per esempio). Ancorché compassato, il disco riesce generalmente fresco e partecipato come i suoi predecessori, non schiacciato da un'introspezione raggelante che, riproposta dopo l'esordio solista intestato all'alias EDJ, avrebbe rappresentato un punto di non ritorno per la sua creatura musicale.

Nelle battute conclusive l'invito all'alleggerimento - anche in chiave di auto-motivazione - tende a farsi letterale ("It Must Be Easy") ribadendo la necessità a guardare avanti con ritrovato ottimismo. Una logica che permea anche il congedo di "Don't You Know That", nostalgico ma attento a schivare le trappole dell'autocommiserazione, perfetto per ritrovare la piccola band amabile che conoscevamo. Un po' meno smaliziata e sbarazzina ma indubbiamente cresciuta sul piano caratteriale, con meno vaporose concessioni alla meraviglia flou e una buona scorta di concretezza in più. Una conquista da poco, forse. Abbastanza comunque per riuscire quantomeno a riveder le stelle.

(04/06/2016)

  • Tracklist
  1. From A Soon-to-be Ghost Town
  2. Humbug Mountain Song
  3. None Of Us
  4. Absolute Loser
  5. Baby Bluebird
  6. My Sweet Midwest
  7. Birthday Drunk
  8. Good Will Come To You
  9. It Must Be Easy
  10. Don't You Know That
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