Grant-Lee Phillips

The Narrows

2016 (Yep Roc) | roots, americana

Per cominciare, ecco un’altra di quelle istantanee con il dono della narrazione.
Grant-Lee Phillips il vizietto dei ritratti fotografici evocativi lo ha sempre avuto, basti pensare al suo faccione piazzato totalitariamente sulla copertina di “Fuzzy”. Da quando ha iniziato a pubblicare dischi a proprio nome, ormai sedici anni fa, si è sempre affidato al talento di una professionista che sarebbe poi diventata sua moglie, Denise Siegel, e il loro sodalizio artistico si arricchisce oggi di un nuovo tassello con l’ottava fatica solista del cantastorie, “The Narrows”. A guardarlo bene, quel bianco e nero dai forti contrasti e dal vago sapore western ricorda fin troppo le analoghe pose dell’Howe Gelb di “Dust Bowl” e “The Coincidentalist”, entrambe firmate dal belga Erwin Verstappen. Difficile si tratti di una semplice coincidenza, visto che Phillips e il frontman dei Giant Sand hanno recentemente diviso il palco in un lungo tour a due, indubbio sprone per entrambi. Ma reciproci ascendenti a parte, c’è molto altro di cui rendere conto ora che parliamo di lui, a partire dalla sua decisione di rimettersi in gioco trasferendosi in Tennessee dopo trent’anni a Los Angeles: un ritorno all’infanzia in quel di Nashville e, nel contempo, la promessa di una vita meno frenetica.

Accompagnato da Lex Price (basso, banjo, bouzouki), da Jerry Roe (batteria, vibrafono, marimba) e dal produttore Collin Dupuis – già con Black Keys, Lana Del Rey e Oblivians – il contemplativo Grant Lee intona questo viaggio verso casa con una ballata luminosa e genuina delle sue, “Tennessee Rain”, densa di umori aspri, di incanto a misura d’uomo e tonalità calde, ferrose. Per una volta, tuttavia, sceglie di non accontentarsi e prova ad andare al di là del consueto, superbo mestiere, mescolando orgoglio e nostalgia, tempra e misticismo laico, con risultati apprezzabili e un entusiasmo tornato finalmente rimarchevole. Con “Smoke And Sparks” si riaffaccia quindi al bozzettismo, al registro minimalista, a un impressionismo confidenziale ma socievole. L’impostazione stringata, gli arrangiamenti disadorni ma mai crudi, conferiscono alla sua musica un fascino pungente e la preservano dalle facili etichettature di una moda piuttosto che un’altra: la sua Americana riprende a splendere in una dimensione insieme attualissima e senza tempo, il suo tenore levigato si fa gioviale, mentre la ricca dotazione vintage dell’Easy Eye Studio di Dan Auerbach ne asseconda a dovere gli slanci nostalgici.

Phillips non forza, predilige la leggerezza di decorazioni trasparenti come un battito d’ali, frugali come i passaggi più posati della grande avventura Grant Lee Buffalo, ma senza più l’impellenza di stupire a tutti i costi con qualche effetto speciale. Ecco perché “The Narrows” suona, esattamente, come il disco che il cantautore sognava di scrivere da un sacco di tempo, invano. Questa agilità zampettante, queste volute vocali fatte di fumo e meraviglia non poteva che trovarle nel tranquillo ritiro della provincia più autentica. Parimenti, le sue ascendenze Creek e Cherokee escono ridestate dal nuovo scenario, la terra recupera i contorni familiari e quasi domestici che aveva prima delle deportazioni forzate sul Sentiero delle Lacrime cantato in “Cry Cry”, prima della rimozione.

Uno scarto analogo si registra sull’asse stilistico. Le essenze traditional nell’incontro di banjo e violino in “Moccasin Creek” depurano delle residue scorie di adulterazione la sua arte, sempre così fragrante e sempre così riconoscibile. Il cantante di Stockton ha amato flirtare con il pop (si pensi a opere come “Jubilee” o “Mobilize”) ma non ha snaturato mai quella sua estrazione di storyteller votato all’umanesimo country-folk, che qui prende agilmente il sopravvento. Il songwriter si fa pittore di scorci ineffabili, per nulla appariscenti, baciati dal biancore di un sole bonario ma onnipotente, sempre che non piova (e piove, talvolta). La California delle metropoli mostruose non potrebbe essere più lontana da questo nuovo placido teatro, dallo scorrere pacifico e ordinato di un’esistenza meno distratta, più consapevole. Riappare giusto in “San Andreas Fault”, ammirata nella distanza quasi con malinconia, al netto dell’insignificante formicaio umano per il quale non vale la pena spendersi in rimpianti.

Il tocco privilegia la delicatezza, mentre lo sguardo si sofferma sul paesaggio, portando le figure umane a perdersi nell’armonia dei fondali e di una natura generosa, mai enfatizzata, mai persa di vista (“Yellow Weeds”, “No Mercy In July”). La magia di Grant-Lee risiede nella marginalità significante dei dettagli, nel passo lento, nella ponderazione dell’artigiano, nel piacere di riprendere a raccontare e raccontarsi attraverso un’intonazione consona a quel che la sua anagrafe suggerisce. Ecco spiegate queste gemme essenziali e rinfrancanti, la cui malia regala un bel contrasto con la volgarità e la frenesia del nostro quotidiano. Quando arriva “Taking On Weight In Hot Springs” sembra quasi di percepirla la canicola, pare di sentirseli addosso quei pomeriggi afosi sotto una luce abbagliante, o l’umidità della campagna dove tutto parla e dove nulla di eclatante accade: la resa atmosferica è magnifica e così quella fisica, come in “Copperopolis” ma senza la teatralità un po’ manierata di allora, senza gli urti di quella drammaticità così esasperata.

In “Loaded Gun” il piglio del Billy Bragg giovane, già innamorato di Woody Guthrie, movimenta senza stravolgerlo un album dall’invidiabile coesione di stili ed emotiva. L’impronta resta infatti scarna, diretta, ossa e polpa e nervi per un folk aguzzo. La canzone che meglio si riaggancia ai trascorsi dell’artista è però la trionfante “Rolling Pin”, felice concessione ai devoti di un “Mighty Joe Moon” (per via di quel sublime incrocio di elettrico e acustico) che non sconfessa peraltro la nuova impostazione: non rappresenta che il suo estremo più caloroso e partecipato, tirato su con lo stesso carattere infervorato dei giorni migliori.

Le intersezioni di intimismo e comunità, luoghi e radici, storia e presente fanno di “The Narrows” l’opera più sinceramente autobiografica ed evocativa di Phillips nonché il suo disco più trasparente (al pari forse del sottovalutato “Virginia Creeper”), esentato dai meccanismi ossessionanti dell’easy-listening più incisivo come da qualsivoglia sofisticazione formale, e il risultato è un piccolo romanzo appartato e sincero, privato e corale. Un compendio di musica delle radici che ha il fortissimo sapore del classico moderno, punto di arrivo quasi necessario per la carriera di questo straordinario interprete, in quella Nashville “alternativa” che ha già ispirato ospiti di assoluta eccellenza come Bob Dylan e Neil Young.
Un luogo del cuore, in pratica, che da oggi anche lui potrà a ragione chiamare casa.

(12/04/2016)

  • Tracklist
  1. Tennessee Rain
  2. Smoke And Sparks
  3. Moccasin Creek
  4. Cry Cry
  5. Holy Irons
  6. Yellow Weeds
  7. Loaded Gun
  8. Rolling Pin
  9. Taking On Weight In Hot Springs
  10. Just Another River Town
  11. No Mercy In July
  12. San Andreas Fault
  13. Find My Way
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