Hypnopazuzu

Create Christ, Sailor Boy

2016 (House Of Mythology) | darkwave, symphonic psychedelia, poesia

Premessa: posso affermare con discreta esattezza di trovarmi negli stessi due metri quadrati in cui, sette anni fa, scoprivo le qualità sciamaniche di un già maturo David Tibet, la cui voce si univa al fatalismo delle bordate drone-doom nel racconto di Aleph e Adam. A nessuno è dato il privilegio di comprendere anche solo in parte ciò che si cela al di là di quello specchio magico, fuori dal tempo ma immerso nella storia umana - passando per Gesù Cristo e Adolf Hitler - un torrente di segni che solo il poeta britannico sembra capace di attraversare e pronunciare in tutto il suo ermetismo.

E se a oggi avessimo davvero conosciuto pressoché ogni sfaccettatura di quelle profezie affollatesi nel nome collettivo Current 93, lo stesso non potremmo dire dello scenario astrale spalancato da Hypnopazūzu, inedito incontro a due tra Tibet e Martin "Youth" Glover, non soltanto storico bassista dei Killing Joke, ma anche produttore e arrangiatore seriale tra i generi più disparati e per gruppi pop-rock di notorietà assoluta (alcuni: Depeche Mode, Echo & The Bunnymen, Primal Scream, The Verve e i Pink Floyd "postumi" di "The Endless River"), con un portfolio nell'ordine del migliaio di progetti. I due collaborarono più di trent'anni fa per l'epocale "Nature Unveiled" e non ritrovarono l'occasione per un analogo incontro creativo, sino ad ora.

La creatura messa al mondo dalla House Of Mythology - nuova etichetta di punta della più ibrida specie dark - è ammantata di un decadente splendore sinfonico che sfugge a facili classificazioni: gli arrangiamenti di Youth sono come vestiti da cerimonia adorni di pietre preziose, o sfarzosi arazzi che come le invocazioni da esso generate proliferano di simboli esoterici; visioni attraversate da battiti ancestrali e distorte da uno spesso filtro psichedelico, svuotato però da qualsiasi illusione d'armonia universale. Anche qui ci troviamo, insomma, nel dominio della Magia oscura che è terreno d'elezione per l'arte visiva e verbale di Tibet.

La sua non è mai stata una narrazione consequenziale, quanto piuttosto una matassa inestricabile di rimandi a icone e leit-motiv partoriti dalla lettura ossessiva e dal raffronto di testi sacri e profani ("neither coming nor going", "the sex of stars", "birth canal blues"). In linea di continuità con l'asprezza dell'ultima ipotetica trilogia, i versi liberi di Tibet risultano tormentati anche in una declinazione relativamente melodica per lui inusuale, con vocali prolungate e tonalità acute ("Christmas With The Channellers", prematuro apogeo espressivo dell'album).
Un nirvana artificiale sembra ispirare il groove alla Jefferson Airplane di "Sweet Sodom SingSongs", sino agli echi world di "Baalstorm" riemergenti in "The Auras Are Escaping Into The Forest", lento vortice caleidoscopico vivificato da un mantra mediorientale (aleikum in lak’ech è il massimo della mia interpretazione).

Il duo di veterani riesce così a plasmare un oggetto musicale che avvicina pericolosamente la patina kitsch ma che, superato un primo ascolto disorientante, riesce a esercitare un fascino retrò maggiormente ascrivibile alla darkwave neoclassica che al folk apocalittico di marca C93. Alcuni episodi particolarmente suggestivi, oltre all'estrosa esibizione dei rispettivi talenti, riescono a dissipare il sospetto che un connubio ripristinato dopo così tanto tempo risultasse in una parziale forzatura. È sempre più evidente come il misticismo di David Tibet sia una materia multiforme, capace di imprimere un carattere di unicità ai progetti più eterogenei.

(02/09/2016)

  • Tracklist
  1. Your Eyes In The Skittle Hills
  2. Incidentally, Shaitan
  3. Christmas With The Channellers
  4. The Crow At Play
  5. The Sex Of Stars
  6. Magog At The MayPole
  7. Sweet Sodom SingSongs
  8. Pinocchio's HandJob
  9. The Auras Are Escaping Into The Forest
  10. Night Shout, Bird Tongue


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