Ian William Craig

Centres

2016 (130701) | lo-fi ambient, experimental songwriter

Devo dire la verità – ed è ormai l'unica giustificazione che possa lecitamente offrire per l'ampio ritardo editoriale – è da diversi mesi che ascolto a intervalli irregolari l'ultimo lavoro di Ian William Craig, secondo il momento più congeniale al mio stato d'animo; a un certo punto mi sono convinto che non ci fosse per me modo di scriverne con dovizia analitica, e che dopotutto sarebbe stato meglio goderselo in solitudine, al netto di considerazioni forse ben poco fruttuose.
L'abitudine della scrittura, tuttavia, difficilmente mi fa davvero rassegnare all'idea che non si possa dare anche soltanto un accenno della propria esperienza d'ascolto, tentando di uscire allo scoperto di quel poco per incuriosire qualcun altro. In generale vorrei poter sempre dire di aver fatto la mia parte, per quanto ininfluente, nel consigliare un artista originale e degno di nota.

Leggermente spaesato dalla varietà di scrittura che caratterizza “Centres” ho a lungo creduto di non averne colto l’essenza, che esistesse un profondo legame invisibile nello sviluppo dell’estesa e articolata tracklist. Come il prolifico collega Benoît Pioulard, Craig è un poeta dell’effimero la cui voce si aggrappa all’attimo presente, un’ombra fragile che agita le proprie corde sotto la spinta di correnti di suono sfocate, in perenne disgregazione.

Say my name, I will vibrate
And I will linger in the sound for a time
Gathering all of your tiny pieces
And all the things I didn't get quite right

Tra le pieghe di un panorama instabile Craig sfida la solidità del proprio talento canoro – frutto di studi nel solco della tradizione corale – compromette in parte la sua intonazione naturale tramite l’AutoTune, dilatando l’essenzialità di “Contain” (proposta in chiusura nell’originale versione acustica) su un basamento dove il confine tra melodia e bordone monotonale si fa più che mai incerto. Un autentico manifesto estetico, che in varie forme si ripresenta lungo gran parte dell’album, la cui nota dominante è quella di un magmatico crepitio di nastri in loop, corrosi dal tempo e da processi atmosferici invisibili ma persistenti.

Una collazione di moments musicaux incisi in luoghi e circostanze differenti, a seconda dei mezzi a disposizione nell’immediato, come suggeriscono la densità delle nebbie shoegaze di “A Single Hope” o il coro a cappella (di uno solo) e la fisarmonica nostalgica di “The Nearness”, simile alla cartolina ingiallita di un bistrot parigino abbandonato. È una musica che riesce a ricordare tante cose e nessuna al contempo, ispirata a viaggi senza meta e ad approdi prestabiliti, senza osare domandarsi se esistessero strade più appropriate per raggiungerli  (“Arrive, Arrive”).

Perciò i contorni si fanno sempre sfuggenti, non riescono a suggerire l’idea di un’opera compiuta nel vero senso ma piuttosto di un continuo divenire, ove i sigilli alle estremità parrebbero le uniche visioni talmente personali e sentite da costituirne i cardini, due punti fermi coi quali Craig rivendica la paternità su impressioni che sembrano scivolare tra le sue stesse mani (These words are our slow vessels that/ Were never meant to contain anything at all).
“Centres” va ad arricchire in maniera singolare il catalogo della sigla 130701, sublabel di FatCat cui afferiscono illustri protagonisti del neoclassicismo quali Max Richter, Hauschka, Jóhann Jóhannsson e Dustin O’Halloran.

(20/12/2016)

  • Tracklist
  1. Contain (Astoria Version)
  2. A Single Hope
  3. Drifting To Void On All Sides
  4. The Nearness
  5. Set To Lapse
  6. Power Colour Spirit Animal
  7. Arrive, Arrive
  8. A Circle Without Having To Curve
  9. An Ocean Only You Could See
  10. Purpose (Is No Country)
  11. It Need Not Be Hopeless
  12. Innermost
  13. Contain (Cedar Version)




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