Jayhawks

Paging Mr. Proust

2016 (Thirty Tigers) | power-pop

E così l'armonia di "Mockingbird Time" era un puro specchietto per le allodole...
Quanto possono far male i quadretti a lungo idealizzati quando vanno in pezzi e il romanticismo sbiadisce, oltraggiato dalla brutale franchezza della verità. Verità che, nel caso dell'idillio bruciato dei favolosi Jayhawks, corrisponde al velenoso arrivederci dell'ex frontman Mark Olson, impietoso nel togliersi dalle scarpe sassolini evidentemente dolorosi per un artista mite come lui. Il resoconto di quell'ultimo biennio da separati in casa - con Gary Louris minato da una tardiva dipendenza da stupefacenti e la band a sollazzarsi nel lusso, ben al di sopra delle proprie possibilità economiche - ha intaccato in parte l'immagine di inappuntabile equilibrio del gruppo di Minneapolis. La vita, ad ogni modo, va avanti anche senza i compagni di un tempo, e le occasioni per rimediare ai propri sbagli sono sempre a portata di mano.

Per Louris questo è stato possibile grazie al tortuoso cammino della riabilitazione e agli stimoli di un nuovo progetto, marginale ma prezioso, gli Au Pair. E oggi, a qualche mese appena di distanza, rieccoli i Jayhawks. Olson è tornato a essere nulla più che un ricordo lontano, mentre per Gary, ripulito e umile come non mai, si presenta con "Paging Mr. Proust" l'ennesima opportunità di rilancio, per riscoprirsi giovane e dare carta bianca al proprio estro di musicista. Dell'esperienza del precedente album con la band il Nostro conserva esclusivamente l'impronta dirigista sul piano tecnico, scegliendo peraltro di condividere l'onere produttivo con due autentici mostri sacri della console, il sempre entusiasta Peter Buck e il ben più certosino Tucker Martine. Non occorrono che pochi istanti dell'inaugurale "Quiet Corners & Empty Spaces" per realizzare che la nostalgia canaglia è quella di sempre proprio come il jangle delle chitarre, le scintillanti armonie vocali o quelle melodiose cantilene capaci di far sognare, da mandare a memoria dopo un solo giro sul lettore.

Il riposizionamento stilistico nell'orbita di un garbato college-rock anni Ottanta è evidente, per quanto le sorprese cambino di continuo il quadro dei rimandi. "Lost The Summer", per dire, irrompe sinistra sulla pace quasi da cartolina sonora dell'opener, come una finestra dark-pop spalancata sull'inquietudine. Ma non mancano certo le concessioni al classicismo di ieri, alle ballate gentili e compunte, a un intimismo povero ma bello, in grado di aprire squarci radiosi all'improvviso. Quella che emerge da "Lovers Of The Sun" è una certezza per la penna del sessantunenne Louris, che torna a guardare a Gram Parsons o ai Byrds con gli occhi lucidi di commozione. A proposito, il contentino per gli irriducibili fan della prima ora si intitola "Isabel's Daughter", perfetta intonazione alt-country e ritornello di fabbrica, una di quelle canzoni senza tempo che non avrebbero sfigurato nella seconda facciata di "Tomorrow The Green Grass".

E poi c'è "The Devil Is In Her Eyes", altro brano che si riallaccia senza timori al passato del gruppo ed entusiasma per via di quella sua epica spicciola ma umanissima, del suo orgoglio limpido e di una franchezza mirabile, lo stesso nitore che la band aveva nelle sue corde quando registrò "Hollywood Town Hall". Dal cilindro di Gary escono ancora canzoni formidabili come "Leaving The Monsters Behind", vera gemma easy-listening con micidiale refrain a orologeria. Non ci si discosta dal felice schematismo della casa, quello che sposa dai tempi di "Sound Of Lies" la solidità di un songwriting campione di dolcezza e contemplazione a un decorativismo elettrico di pura sostanza, una licenza evidentemente irrinunciabile per il capobanda. A spezzare a metà un album che si concede il lusso di citare, oltre a Marcel Proust, anche John Keats, David Foster Wallace e John Updike, pensa "Ace", quasi un mantra con la sua dondolante e ritornante follia o le sue oscure evocazioni, un anomalo soliloquio del frontman, affollato di spettri e derive rumorose, a esorcizzare forse quella balorda dipendenza da stupefacenti finalmente archiviata.

L'influenza di Peter Buck si fa sentire forte e chiara nel trattamento delle chitarre, nella loro inedita inclinazione alle ombreggiature o ai mulinelli in chiaroscuro, in un'irrequietezza sofisticata, acquerellata su toni grigiastri, cui giova anche il drumming bombato e impassibile di Tim O'Reagan. Il power-pop stile Rickenbacker di "Comeback Kids", rinvigorito, tonificato e occasionalmente anabolizzato, può ricordare proprio una delle ultime opere della compagine di Athens, "Accelerate", per l'analoga attualizzazione di vecchi schemi e sonorità da tempo accantonati. Se "Paging Mr. Proust" si candida a essere il suo omologo nel catalogo della formazione di Minneapolis, è anche perché il parallelismo si fa irrefutabile quando tocca a "The Dust Of Long-Dead Stars", episodio guizzante ma revivalista fino al parossismo e discreta goduria, un inciso ludico alquanto opportuno nell'economia del disco. A completare la rassegna di incroci tra queste due grandi bestie totemiche dell'alternative anni Ottanta e Novanta, vanno segnalati i cammei proprio di Buck, del Mike Mills wilsoniano e della sei corde dell'immarcescibile Scott McCaughey.

Le sottili sporcature sintetiche riportano invece a un'opera controversa come "Smile", il più palese riferimento di un lavoro che alle pasticciature kitsch di allora preferisce tuttavia i malinconici ed estetizzanti contrasti a marchio Rem, applicati sul consueto infallibile formulario twang-pop. Quelli di "Paging Mr. Proust" sono forse i Jayhawks più crepuscolari di sempre, ma la freschezza dei richiami li preserva dal ricorso a cliché più artatamente decadenti. Il finale al velluto è tutto all'insegna di una soffusa autocelebrazione che certo non indispone: prima con le confidenze dolci-amare di "Lies in Black & White", quindi con la meravigliosa chiusa estatica di "I'll Be Your Key", ennesima carezza di un eterno seduttore e di quella sua voce incredibile: Gary Louris, protagonista senza eguali di un romanzo tra i più avvincenti del rock alternativo degli ultimi trent'anni, non ancora prossimo al sigillo della parola fine e alla quiete del suo angolino nell'armadio dei ricordi musicali.

(29/05/2016)

  • Tracklist
  1. Quiet Corners & Empty Spaces
  2. Lost the Summer
  3. Lovers of the Sun
  4. Pretty Roses in Your Hair
  5. Leaving the Monsters Behind
  6. Isabel's Daughter
  7. Ace
  8. The Devil is in Her Eyes
  9. Comeback Kids
  10. The Dust of Long-Dead Stars
  11. Lies in Black & White
  12. I'll Be Your Key
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