Josienne Clarke & Ben Walker

Overnight

2016 (Rough Trade) | chamber-folk, folk-jazz, songwriter

Da promesse di splendide speranze a stelle di prim'ordine del firmamento folk britannico: in uno scenario che pullula di talenti assoluti e non manca di sfornarne di nuovi a battito continuo, non è propriamente semplice emergere, lasciare il segno. Certo, vista la personalità di Josienne Clarke & Ben Walker, e quanto hanno dimostrato nel corso della loro carriera, sarebbe stato davvero difficile che non ci si accorgesse di quanto sostanziosa e personale fosse la loro proposta, ma la storia insegna quanto siano comuni simili sviste e dimenticanze, compensate poi da recuperi tardivi e consacrazioni posticipate. Nessun posticipo in quest'occasione: la ribalta ottenuta con la vittoria ai Bbc Radio 2 Folk Awards nella categoria “Best Duo” per il 2015 e le dichiarazioni spontanee di apprezzamento di vari addetti e appassionati hanno fatto tantissimo per la diffusione della musica della coppia, tesa sempre più al rinnovamento dei linguaggi e delle possibilità espressive della secolare tradizione folk anglosassone.
In un certo senso, l'acclamazione di Geoff Travis, il patron della Rough Trade, che non ha esitato a definire “Nothing Can Bring Back The Hour” come suo album preferito del 2014, e a porre come conseguenza sotto contratto il duo, è il coronamento di un percorso coerente e teso a una costante ridefinizione, la ciliegina sulla torta di un cammino che adesso può contare su qualche riflettore in più, ma che anche in loro assenza si poggiava saldamente sull'eccellente caratura dei suoi ideatori. “Overnight”, in fondo, non fa che ribadire questo assunto, con qualche piccola e stimolante variazione sul tema.

Nel quarto album in cinque anni, Clarke e Walker mantengono infatti intatte le impalcature a sostegno della propria visione artistica, specialmente sotto l'aspetto prettamente compositivo, che vede ancora una volta il duo alle prese con tenebrose ballate a cavallo tra tradizione e attualizzazione, in un personale incontro dialettico tra epoche e contesti. Eppure, nonostante la fedeltà all'impianto di partenza, quel che si svolge nei dodici brani dell'album (ripartiti in dieci pezzi autografi e due cover) aggiunge notevoli elementi nuovi nella formula del duo, di suo comunque già molto ricettiva a quanto la possa staccare da un ortodosso attaccamento alla tradizione. Non solo malinconiche dinamiche jazz e arrangiamenti cameristici, più sottili ma non per questo meno rappresentati: a impreziosire il binomio espressivo voce e chitarra (talvolta ai vertici delle sue potenzialità, come nell'eccellente picking di “Milk And Honey”) intervengono notevoli modifiche nella scrittura, qui ancora meno prona a ogni tipo di tradizionalismo e capace di esprimersi, con successo non sempre assicurato, in una pluralità di registri che pescano dal pop anni 60 e considerano accostamenti alla stagione dei grandi cantautori canadesi del decennio successivo. Se anche non si tratta di una novità assoluta (d'altronde già ai tempi notevoli firme del folk britannico avevano guardato con profitto oltreoceano), in ogni caso la rielaborazione attuata dal duo ne preserva la forte personalità, catturando ancora una volta la straordinaria intesa che lega i due musicisti.

Anche laddove la penna non raggiunge la forte intensità del precedente lavoro (in effetti la soverchiante malinconia dei dischi passati talvolta sbiadisce in una sua versione più annacquata e sfumata, quasi a rimarcare il concept lunare alla base dell'album), la centralità dei fraseggi di Clarke, la pienezza di dettagli con cui arricchisce le proprie interpretazioni parlano di una nuova consapevolezza raggiunta, della piena maturità espressiva dell'autrice, qui più che mai a proprio agio. Che si tratti di dare spazio al proprio lato più puramente tradizionale (esaltandosi nella spoglia semplicità di “Something Familiar”, o nei contorni chamber-jazz della conclusiva “Light Of Day”, impreziosita da struggenti linee di violoncello) oppure svicolarsi con classe da ogni possibile paradigma, l'ascolto appaga pienamente le attese, esalta sempre più le ottime capacità di adattamento della cantante.
“The Waning Crescent”, già succosa anticipazione del disco, chiarisce come il futuro per Clarke e Walker possa stemperare i chiaroscuri della loro visione artistica e concedersi qualche sano guizzo pop, perché no anche nelle fogge sixties proprie di questo pezzo (di certo un utilizzo più marcato dell'organo ben si sposerebbe alle elaborate trame chitarristiche del duo). Allo stesso modo, la carta di un jazz quanto più scevro da attinenze folk avvalora a maggior ragione la voglia di smarcarsi dalla nomea di act tradizionale, di ragionare in termini decisamente più ampi. Tra un'eccellente reinterpretazione di “Dawn Of The Dark” di Gillian Welch, tutta spazzole e sommessi riverberi atmosferici, e gli ottoni sfumati nella più intima (ma anche più cigolante come penna) “The Light Of His Lamp” ben veicola tale desiderio, ma anche la capacità, in futuro, di potersi misurare con notevole profitto in un album fatto su misura di simili sonorità.

In questo senso il ricco catalogo di buone (per quanto un pizzico sedute) ballate folk finisce con il passare quasi in secondo piano, sbiadire in un ottimo, ma anche fin troppo omogeneo sottofondo. Anche in una scrittura che da questo punto di vista comincia a mostrare la corda, rimane sempre alto il fascino di una proposta sempre più unica nel suo genere, che a questo punto ha solo bisogno di togliersi di dosso certe zavorre espressive per trovare di nuovo lo smalto, rintracciabile a questo giro soltanto a sprazzi.
In ogni caso, “Overnight” resta un più che apprezzabile disco di rodaggio.

(16/12/2016)

  • Tracklist
  1. Nine Times Along
  2. Something Familiar
  3. Sweet The Sorrow
  4. Dawn Of The Dark
  5. Dark Turn Of Mind
  6. Weep You No More Sad Fountains
  7. The Light Of His Lamp
  8. Sleep
  9. Milk And Honey
  10. The Waning Crescent
  11. Overnight
  12. Light Of Day




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