Kanye West

The Life Of Pablo

2016 (GOOD Music) | hip-hop

Da dove si inizia con Kanye West? Forse dall’unica cosa che mette tutti d’accordo: non esiste in giro una personalità altrettanto divisiva e controversa. Genio e follia è il binomio indissolubile, il pacchetto completo con cui bisogna fare i conti quando ci si avvicina a questo artista. I numeri e i risultati ottenuti parlano chiaro. Da ormai 12 anni è al centro dello star system, tra continue innovazioni e dischi che hanno cambiato radicalmente non solo il volto dell’hip-hop, ma della pop culture nella sua interezza. Kanye West, più di ogni altro, concepisce l’album come la creazione fondamentale attraverso cui veicolare ogni volta aspetti inediti della sua visione artistica. Ben oltre il mero dato musicale, West abbraccia un ideale di arte a tutto tondo, specchio della sua ambizione smisurata ed eclettica. Non a caso, quando è stato annunciato il titolo del nuovo lavoro, “The Life Of Pablo”, tutti hanno pensato a un omaggio a Pablo Picasso, che con la sua arte provocatoria e multiforme rappresenta ciò a cui West, almeno nella sua mente, vorrebbe ambire (il titolo allude in realtà alla vita di San Paolo Apostolo).

Dopo il grande manifesto di “My Beautiful Dark Twisted Fantasy”, vera e propria summa della sua estetica trasformista, Kanye West è apparso sempre più fuori controllo e schizofrenico. Nessuno avrebbe tratto lezioni di saggezza e disciplina dai suoi gesti passati, ma negli ultimi cinque anni Kanye ha portato ai limiti del parossismo la sua smania di grandezza e superiorità.
Se “Yeezus” aveva introdotto la nuova incarnazione di West quale (semi)Dio arrogante e sfacciato, il tempo trascorso dopo quel disco ha reso chiaro quanto stressante sia dover mantenere una simile reputazione: un nuovo album da preparare, sfilate di moda a intervalli regolari, tweet deliranti serviti come pane quotidiano, e addirittura un annuncio di corsa alla presidenza Usa nel 2020.

A farne le spese è stata proprio la gestazione di “Pablo”, a dir poco frenetica e caotica. Tra continui cambi di titolo, che vi risparmiamo per pietà, e tracklist mutanti fino al giorno stesso dell’uscita, “The Life Of Pablo” sintetizza radicalmente la schizofrenia del Kanye West di oggi: un lavoro che si pone non come qualcosa di compiuto, ma come una fotografia hic et nunc dello stato mentale di Mr. West. Quando, qualche tempo fa, aveva proclamato in toni roboanti il nuovo disco come “l’album della vita”, a nessuno era venuto in mente che il significato di tale espressione non fosse metaforico, ma letterale: “Pablo” è, cioè, il disco che meglio di tutti ritrae la vita di Kanye West, per ciò che è stato ed è al presente. Non vi sono maschere o alter ego a far da filtro.
La sensazione di incompiutezza e non-consequenzialità che emerge da questo album non è da attribuire a una scarsa attenzione verso i dettagli, come se il perfezionista West avesse dimenticato all’improvviso il suo mestiere, ma è parte integrante del progetto alla base di esso. Mentre scrivo questa recensione, non è ancora certo se quella che abbiamo tra le mani sia la versione definitiva. Anzi, a dire il vero non ce l’abbiamo nemmeno tra le mani, essendo ad oggi esclusiva assoluta del servizio streaming Tidal.

Come interpretare quindi “The Life Of Pablo”? Una nuova idea di album, concepito come lavoro eternamente in progress? O il parto sbrigativo di una mente pazzoide? Probabilmente la risposta sta nel mezzo. Se da un lato appare eccessivo addentrarsi in discorsi metafisici circa la natura e la consistenza del disco, dall’altro è quanto meno miope ridurre il tutto a uno scarabocchio dato alla luce nei ritagli di tempo. Una chiave di lettura possibile è vedere “The Life Of Pablo” come crocevia delle personalità assunte da Kanye nel tempo, in una veste più spontanea e, se vogliamo, più scarna.
I fan della trilogia del college troveranno pane per i loro denti nelle atmosfere soulful di “Real Friends” e “No More Parties In L.A.”, mentre i cultori della sperimentazione di “808s & Heartbreak” e “Yeezus” scoveranno diverse tracce di quei lavori nell’insistito uso di Autotune, nonché di basi schizzate e imprevedibili, vedi ad esempio i beat lancinanti di “Feedback” e “Freestyle 4”, diretti discendenti dell’istrionismo al vetriolo di brani come “Black Skinhead”.
La scaletta non segue un filo logico, creando un forte senso di spaesamento: se la straordinaria “Ultralight Beam”, epica e spirituale, sembra adempiere l’annuncio di un disco gospel, quel che segue dopo è decisamente spiazzante. Potenziali hit vengono ridotte a brandelli in una costante deviazione dalla forma-canzone. “Father Stretch My Hands Pt.1/Pt. 2” scorre senza soluzione di continuità, tra parti al vocoder taglienti e sample eterogenei. Come se non bastasse, i testi indugiano su riflessioni a dir poco triviali, in netto contrasto con la ricerca della fede che è il tema portante della traccia iniziale.

Del resto, l’antinomia tra il West interiore, per certi versi ancorato al ricordo degli affetti e a un bisogno di spiritualità, e il West pubblico, volgare e strafottente, è un contrasto irrisolvibile, quasi fosse una sorta di Dr. Jekyll & Mr. Hyde. E così, se da una parte è capace di confessare i suoi tormenti in una veste intimista, come avviene nello splendido tris “Real Friends”, “FML” e “Wolves”, pregne di nostalgia e fragilità, dall’altra la sua vena esuberante sfocia in imbarazzanti sproloqui nelle spumeggianti “Famous” e “Highlights”.
E il buon Kanye si prende anche il gusto di sfottere chi rimpiange il suo stile old-school degli esordi nel geniale divertissement “I Love Kanye”, che con buona dose di ironia lascia intendere il disegno sottostante a questa pseudo-crisi d’identità. L’unico appiglio per gli amanti dell’old Kanye è la sezione conclusiva, più canonicamente hip-hop, in cui ritroviamo il suono vintage di “No More Parties In L.A.”, in coppia con Kendrick Lamar su base soul prodotta da Madlib, le atmosfere rilassate di “30 Hours”, che va a ripescare Arthur Russell in modo riuscito e originale, e le megalomani “Facts” e “Fade”, divise tra la recente moda trap e la techno di Detroit.

“The Life Of Pablo” è un minestrone di suoni, un disco in cui si trova tutto e il contrario di tutto. Certo, è confuso: e come potrebbe non esserlo? Basterebbe leggere la lista dei credits, infinita e pubblicata soltanto allo scopo di sfoggiare la monumentale mole di sample, produttori e collaboratori di cui Kanye ha disposto per realizzarlo. Di tutte le possibili “vite di Pablo” questa appare la versione che semplicemente West aveva in testa un paio di settimane fa. Ed è anche questo che lo rende un lavoro unico e affascinante nella sua immediatezza.
Kanye non fa mistero di voler pubblicare un nuovo disco questa estate, fatto peraltro credibile considerando che apparentemente molte canzoni registrate in questi anni sono state escluse da “Pablo”, ma son pronte per essere pubblicate nell’immediato futuro. Nel frattempo, non ci resta che certificare che tra vari deliri di onnipotenza, al settimo album Kanye West è ancora in grado di far parlare di sé, e in termini assolutamente positivi, per la cosa che gli riesce meglio. Che volete di più.

(03/03/2016)



  • Tracklist
  1. Ultralight Beam
  2. Father Stretch My Hands Pt. 1
  3. Pt. 2
  4. Famous
  5. Feedback
  6. Low Lights
  7. Highlights
  8. Freestyle 4
  9. I Love Kanye
  10. Waves
  11. FML
  12. Real Friends
  13. Wolves
  14. Siiiiiiiiilver Surffffeeeeer Intermission
  15. 30 Hours
  16. No More Parties In LA
  17. Facts (Charlie Heat Version)
  18. Fade


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