Kayo Dot

Plastic House On Base Of Sky

2016 (The Flenser) | avant-prog, experimental rock, darkwave

I Kayo Dot sono un collettivo di "uomini schizoidi del XXI secolo", condotti dal trio Toby Driver (voce, basso, chitarra synth), Daniel Means (sax) e Keith Abrams (batteria). A distanza di due anni dallo spiazzante "Coffins On Io" (2014), la band di Brooklyn ci proietta in un futuro ancora più orwellianoponendo un forte accento sui ritmi e sull'elettronica, sulla scia dalle sinfonie atmosferiche di Susumu Hirasawa. Tuttavia, a differenza del suo predecessore, la densità musicale nel nuovo album si accumula in strati più complessi e, nello stesso tempo, più coesi e accessibili, la maggior parte dei quali vengono guidati dai synth, dalla chitarra e dalla batteria. Una darkwave retro-futuristica, quindi, fortemente imprevedibile e lunatica, ma non dovrebbe essere una sorpresa: l'acronimo del titolo (Phobos) rappresenta infatti una delle due lune di Marte, a cui è stato dato il nome greco della paura. Un oggetto spaventoso, come lo è inevitabilmente ogni prima esperienza d'ascolto di un disco dei Kayo Dot.

In
 "Plastic House On Base Of Sky" sono presenti cinque canzoni, ognuna con una sua personalità ben distinta, nonostante le prime quattro tracce seguano uno schema abbastanza affine, anche grazie alla visionarietà dei testi, che paiono emergere da un romanzo di Philip K. Dick. "Amalia's Theme", incipit fanta-prog tra Depeche Mode, Simple Minds e Hawkwind, pare tracciare la strada di un concept-album basato sulla storia di un oracolo femminile all'interno di un futuro distopico. Una serie di fotogrammi pregni di poliritmie e sovrapposizioni, che con il procedere dei minuti sembrano evolversi e poi svilupparsi autonomamente su ogni canale audio, agglomerandosi fino a dar vita a un dissonante mostro mitologico. Si tratta di una vera e propria "fatica" in musica e, difatti, proprio come Ercole con l'Idra di Lerna, ogni volta che Toby Driver sembra tagliare una delle "teste" della sua canzone, ne ricrescono almeno altre due. Il tema della lotta è tuttavia meglio rappresentato nella new wave criogenizzata di "All The Pain In All The Wide World", il cui accumulo di dramma scoppia successivamente nei ritmi marziali dell'esoterico electro-math-rok di "Magnetism".

"Rings Of Earth" si divide invece in due metà: da una parte, abbiamo dinanzi un docile prototipo di synth-pop anni Ottanta, dall'altra un funereo sfondo doom-metal che rispolvera la atmosfere extra-corporee dei Maudlin of the Well, la prima band di Toby Driver. Un tipo di musica che deriva da strane proiezioni astrali, ma che ci riporta sulla Terra nel più paranoico dei modi possibili ("Ring of eyes watch without/ shapes and shadows that do not see/ lens reflect trajectory/ blue circle turns and turns").
Dopo aver riempito il disco con un crepuscolare wall of sound (archi, tastiere, trombe, percussioni), la traccia finale "Brittle Urchin" opera a sorpresa per sottrazione, fino a spegnersi in maniera totalmente imprevedibile.

In definitiva, si tratta di un ascolto difficile ma gratificante, uno dei più impegnativi della carriera di una band che ha sempre fatto del sovvertire le aspettative il perno della sua incredibile proposta musicale.

(22/11/2016)



  • Tracklist
  1. Amalia's Theme
  2. All The Pain in All The Wide World
  3. Magnetism
  4. Rings of Earth
  5. Brittle Urchin
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