Kiran Leonard

Grapefruit

2016 (Moshi Moshi) | experimental-rock, art-pop

Quando un musicista quasi ventunenne pubblica un disco come "Grapefruit", l'aggettivo "ambizioso" salta subito alla mente. Eppure, Kiran Leonard già tre anni fa si era fatto notare con l'intrigante "Bowler Hat Soup" (un disco ispirato, a detta del suo stesso autore, da cantautori americani quali Sufjan Stevens, Joanna Newsom e Van Dyke Parks), e in opere ancora più giovanili (registra brani da quando aveva dodici anni!) aveva azzardato persino brani di quasi mezz'ora... Ebbene, in "Grapefruit" quelle ispirazioni restano, ma il livello di consapevolezza e la voglia di dire tutto attraverso una miriade di stili e di soluzioni sono ancora più brucianti e si traducono in partiture mediamente più libere e dilatate.

Passata, dunque, l'opener di "Secret Police", che alterna oasi di mesta introspezione a radiose folgorazioni sinfoniche, si entra nel vivo della giostra con gli epici sedici minuti del gioiello "Pink Fruit", che inizia ricordandosi degli Xtc e continua amalgamando trasognate escursioni post-, declivi improv che assomigliano alla registrazione in diretta di un dormiveglia inquieto, crescendo frastornati che esplodono in scariche noise e fughe di stralunato pop-caraibico fiancheggiate da un solo di violino. Se vi servono nomi, pensate a un incrocio tra il pathos di Jeff Buckley, la paranoia dei primi Radiohead e i camerismi "matematici" degli Extra Life. Niente male, vero?

Da qui in avanti, fatta eccezione per l'intimo fingerpicking folk di "Half Ruined Already", Kiran prosegue nella sua wonderland, senza mai abbassare la guardia, senza mai concedere qualcosa alla banalità. Dedicata a uno degli uomini più alti della storia, "Öndör Gongor" si abbandona dapprima in un ciondolare svagato, dunque propelle un math-rock tagliente nella sua schizofrenia e, infine, svalvola verso un tripudio di tentacoli sonori che trasformano il set in una parata freak. In coda, il lamento di un disperato alla luna prepara il terreno per gli ultimi fuochi di follia "controllata". Il piglio narrativo di "Don't Make Friends With Good People" insiste con questo modus operandi inquieto, con le sferzate elettriche a circondare e scortare pensose dissertazioni verso un equilibrio che è sempre di là da venire, perché significherebbe la morte di questo scintillare multiforme, di questo policromo diario personale.

Nonostante le torride progressioni di surf-music, l'ottovolante emo di "Exeter Services" si spegne in una desolata ragnatela per voce e suoni disarticolati che dipingono scenari di dolce rassegnazione, gli stessi che gli archi e le corde in viaggio di "Caiaphas In Fetters" trasfigurano in una sorta di Rinascimento del cuore, non lontano da quello a più riprese evocato dalla Newsom. Non contento, in coda il giovane musicista di Manchester ci regala l'ennesima perla: "Fireplace", un melodramma di dieci minuti che si confronta con tutta una serie di smottamenti free-jazz, toccando picchi di pura destrutturazione e spegnendosi in una lenta agonia.
Una delle sorprese più gradite dell'anno.

(18/08/2016)

  • Tracklist
  1. Secret Police
  2. Pink Fruit
  3. Öndör Gongor
  4. Caiaphas in Fetters
  5. Don't Make Friends With Good People
  6. Exeter Services
  7. Half-Ruined Already
  8. Fireplace
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