Lawrence Arabia

Absolute Truth

2016 (Flying Nun) | chamber-pop, songwriter

We were conceived in the back of a car
Brought up in a bar, educated by TV
I've got my PhD
Dee dee dee dee, dee dee dee dee dee dee dee.

James Milne è un tipo puntuale. Per lui ci eravamo spinti a pronosticare che lo scettro che fu di Bats, The Clean e The Chills, nei tempi ormai mitici del "Dunedin sound", sarebbe passato presto nelle sue mani. Beh, deve essergli sembrato scortese disattendere la predizione e non ci ha deluso. "Absolute Truth", quarta fatica intestata a Lawrence Arabia, marca infatti il suo debutto per la leggendaria Flying Nun, che in quanto a prestigio equivale a un traguardo onorevole ancorché più che legittimo, nel suo caso. Registrato nel remoto sobborgo industriale di Gracefield, da lui definito laconicamente unglamorous, segna il ritorno alla collaborazione con Mike Fabulous, la cui influenza non manca di farsi sentire nelle reminescenze dal Bowie della fase soul bianco, già presenti sull'estemporaneo "Fabulous/Arabia", qui al netto dei frivoli languori di allora.

Il primo singolo, "Another Century", l'ha scritto in un attimo nell'ospedale in cui è venuta al mondo la sua prima figlia, Isobel. L'inflessione è gioiosa, non potrebbe essere altrimenti, eppure più di un'ombra si scorge sullo sfondo, nelle luci votate alla dissolvenza che le parole raccontano. Non un brano sulla paternità o sulle profonde epifanie che ne deriverebbero, quanto sul senso di positività che una vita nuova comporta, e insieme sull'introspezione consuntiva che spesso accompagna un evento di tale portata emotiva. E in effetti sanno essere anche piuttosto amare le riflessioni sull'esistenza che affollano l'album ed esaltano la prospettiva di inguaribile contemplativo del neozelandese, specie quando ad aleggiare è il fantasma della giovinezza, con tutte le promesse e le verità assolute cui il titolo della raccolta allude.

Si parte con un esile voce e chitarra che sboccia alla distanza. Milne predilige tonalità acquerellate e arrangiamenti quanto mai oculati ma per nulla crudi. Evita con cura gli stravizi produttivi, più che altro, le adulterazioni formali. Dosa con gusto un occasionale svolazzo d'archi o un assolo della sua elettrica al velluto, e si aggrappa come mai prima d'ora al falsetto, in una prova vocale di rara versatilità. "The Old Dancefloor" è nostalgica ma disillusa, una polverosa evocazione che profuma ancora del modernariato del precedente "The Sparrow", di piaceri sottili e rigorosamente analogici, di genuino fruscio musicale. "I Waste My Time" rilascia un'impressione non meno volatile, sospesa, ma dietro il pallido brio apparecchiato da questo talentuoso economo della canzone si coglie un'atmosfera placidamente mesta e trasandata.

Con "O Heathcote" questo disincanto tende al plateale, pur senza sconfessare l'inclinazione all'understatement e a un'ironia al solito affilatissima. Le sfumature si diradano assieme ai contrasti, quasi annullati strategicamente da un biancore melodico che permea ogni spazio, mentre il Nostro canta in modo tanto mirabile e rilassato l'inservibilità dell'idealismo. Nel duetto latte e miele di "Mask Of Maturity" eccolo celebrare la propria finitezza e le proprie imperfezioni, caratteriali soprattutto, ma nel segno di un'accettazione che non si potrebbe immaginare più serena.
Così anche questo nuovo disco, forse il suo più efebico ed elusivo, si conferma decadente, senza tuttavia suonare di maniera.

In "Brain Gym" si apprezza una leggerezza sconfinata, proposta come ideale rimedio alle comuni ansie del quotidiano. James recita la sua parte con fare compassato, accennando un sorriso fuggevole e affidandolo ancora in esclusiva alla morbidezza della sua sei corde. La dissertazione si fa poi formidabile nella più accogliente "Sweet Dissatisfaction" che, tra ottoni e coretti soffici ben oltre l'immaginabile, riesce sofisticata anche nel suo minimalismo, e anche affrontando a viso aperto le inquietudini dei propri eccessi di bevitore. Il tocco di Fabulous si intuisce, come si diceva, ma il rischio della calligrafia e del patinato è eluso con perizia. Vale anche per "The Palest Of Them All", che si serve di un'infinita grazia e di uno sguardo amabilmente disinteressato nel tratteggiare, con blanda simpatia, gli annoiati adolescenti dark di oggi, una sottocultura giovanile di cui il cantante ha ammesso candidamente di non sapere alcunché. L'intonazione rimane ancora una volta tersa e luminosa, mentre l'elettrica, lì nel suo angolino, si permette di citare con garbo i Cure di "Boys Don't Cry".

Qui come altrove (il congedo di "What Became Of That Angry Young Man?", ad esempio), Milne soppesa le parole e le note in modo squisito senza sprecare nulla, senza inzavorrare un flusso sonoro quasi elegiaco. È dai tempi del suo mito Harry Nilsson che un crepuscolo non appariva tanto dolce. Con l'ideale testimone ben saldo nelle sue mani e uno slancio artistico sempre più affidabile, c'è da scommettere che anche il traguardo di un'eredità tanto impegnativa sia finalmente alla sua portata.

(05/08/2016)

  • Tracklist
  1. A Lake
  2. Sweet Dissatisfaction
  3. The Old Dancefloor
  4. I Waste My Time
  5. Brain Gym
  6. O Heathcote
  7. Another Century
  8. The Palest Of Them All
  9. Mask Of Maturity
  10. What Became Of That Angry Young Man?
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