Local Natives

Sunlit Youth

2016 (Loma Vista) | alt-pop

A poco più di un decennio dalla loro formazione, tornano con il terzo album in studio i californiani Local Natives. La band originaria di Silver Lake, formatasi in una high school di Orange County, porta avanti dal disco d'esordio "Gorilla Manor" un indie-rock ancora incerto sulla direzione da percorrere, ma non certo carente di un'innocente arroganza giovanile. Se l'album di debutto risalente al 2009 raccolse una buona fetta di consensi per il suo alt-pop ammiccante all'indie-folk di ultima generazione (Mumford And Sons e Vampire Weekend su tutti), il seguito "Hummingbird" del 2013 sposta l'asticella delle influenze verso gli Arcade Fire; nonostante l'esigenza di restare sulla cresta dell'onda sottragga originalità alle composizioni, tutte le tracce esprimono una forte emotività e orecchiabilità.
La terza fatica discografica di Kelcey Ayer, Ryan Hahn e Taylor Rice (vere menti della band), dal titolo "Sunlit Youth" (letteralmente "Gioventù illuminata dal sole") arriva sugli scaffali il 9 settembre: il risultato è un sound molto diverso, ma allo stesso tempo meno originale.

Il brano d'apertura getta subito l'ascoltatore nel nuovo impasto sonoro della band; "Villainy" inizia con una melodica campionatura electro-chic di drum machine e synth che accoglie coloro che le prestano orecchio con un primo verso emblematico degli intenti: "I wanna start again". La successiva "Past Lives" conferma la nuova direzione della formazione di Silver Lake: un suono elettronico d'atmosfera e la voce lieve di Taylor Rice che gradualmente cresce, fino a trasformare l'intera traccia in una canzone che potrebbe essere tranquillamente firmata Arcade Fire. Segue "Fountain Of Youth", sicuramente la più riuscita melodicamente parlando, immediatamente riconoscibile e anche più vicina ai suoni dei precedenti album (anche se in certi passaggi ricorda i Killers di "Day And Age"). "Masters" comincia decisamente bene, con un incrocio tra elettronica e chitarre, voce e coro si alternano nevrotici per poi prendere il volo verso un chorus di voci cariche di effetti e tonalità già sentite. "Jellyfish" vorrebbe essere la traccia di rottura, solo battiti digitali e voci che creano un'atmosfera calda e intima; un pericoloso azzardo verso generi più minimalisti, d'altronde ben riuscito. "Coins" potrebbe essere un brano da "Gorilla Manor" con più elettronica, mentre "MotherEmanuel" riesce a convincere per il riff ma abusa dei cori, che cominciano a essere fin troppi per questa prima metà del disco.

La ballata acustica "Ellie Alice" colpisce più per il testo che per le sonorità (decisamente piatte); mentre le percussioni crescenti di "Psycho Lovers", alternate da voci eteree e atmosfere elettroniche, non sollevano "Sunlit Youth" dal paragone con gli Arcade Fire, già passati per queste sonorità oltre dieci anni fa. Il disco si chiude sulle atmosfere cosmiche di "Sea Of Years": beat lenti, testo caratteristico e con intento poetico, ma che non scrive una parola "fine" memorabile.
L'album risulta piacevole, se ascoltato in una prospettiva d'insieme, anche se scompare dalla mente in breve, non lasciando tracce. È interessante, però, il canale di distribuzione scelto per la promozione del disco: "Sunlit Youth" è quasi completamente ascoltabile in streaming tramite Tumblr, con annessi lyrics e scatti della band; una decisione di marketing arguta, visto che sulla suddetta piattaforma i Local Natives trovano un target di consumatori che calza sicuramente bene al loro genere.

La formazione californiana ha voluto fare un passo avanti verso l'innovazione. L'afro-pop e il folk-rock più classico sono lontani ormai, mentre sono più vicini i tentativi di attirare un pubblico diverso - e più vasto - da quello che li ha consacrati nel 2009, attraverso ritmi sintetici e cori sognanti. Ma i Local Natives si tradiscono nella loro ossessione di seguire le mode ed essere giovani (basta dare un'occhiata al testo di "Fountain Of Youth" per notarlo) e restano ancorati a sonorità già sentite. Per spiegare un giudizio così netto, potremmo ricordare per un istante un noto aforisma di Rimbaud che recitava "Bisogna essere assolutamente moderni": probabilmente i Local Natives tengono fede in maniera fin troppo letterale a questo motto, dimenticando che essere moderni vuol dire reagire al passato e non adeguarsi silenziosamente al presente.

(16/09/2016)



  • Tracklist
  1. Villainy
  2. Past Lives
  3. Dark Days
  4. Fountain of Youth
  5. Masters
  6. Jellyfish
  7. Coins
  8. Mother Emanuel
  9. Elite Alice
  10. Psycho Lovers
  11. Everything All At Once
  12. Sea of Years


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