Lucy

Self Mythology

2016 (Stroboscopic Artefacts) | ethno-tribal-techno

Luca Mortellaro, in arte Lucy, è un palermitano emigrato a Berlino che nel giro di qualche anno, con la sua Stroboscopic Artefacts, si è ritagliato un posticino nell'Olimpo della techno teutonica rivaleggiando con le monolitiche Ostgut Ton, Tresor, Mote Evolver, Innervisions.
Nel quartier generale della SA, in questo lustro di attività, è passata gente del calibro di Kangding Ray, Donato Dozzy, Perc - non gli ultimi arrivati, insomma - ma prima di essere un mecenate è lo stesso Lucy a cimentarsi dietro al deck con risultati tutt'altro che deludenti: basti pensare al seminale "Churches Schools And Guns" o al debutto "Wordplay For Working Bees". Così, a due anni dal predecessore succitato, Lucy rilascia il suo ultimo lavoro in studio in un clima di forte aspettativa.

Se ci attendevamo il disco techno alla Stroboscopic abbiamo preso un granchio e anche bello grosso, ma che cosa è successo? Il ragazzo è andato sotto con il misticismo e la spiritualità, ha abbandonato la pista, ha fatto le valigie per intraprendere un viaggio nelle viscere della terra. Questo è "Self Mythology": un lavoro dannatamente intimo e introspettivo, che abbandona le consuetudini della carne per indirizzare gli occhi verso il proprio io interiore. Lo stesso Lucy, di questi tempi, sta ampliando le sue prospettive sonore partecipando ad alcune sessioni di "musicoterapia" molto particolare attraverso l'ascolto di flauti, gong, arpe, chitarre e altri strumenti estranei all'archetipo techno. Proprio in queste sessioni fa la conoscenza con Jon Jacobs che si rivelerà decisiva e illuminante per la messa a fuoco di "Self Mythology": egli infatti presterà la sua voce (in pochissimi casi, comunque) e le sue abilità con l'uso di questi strumenti "arcaici".

Un viaggio tra leggende, folklore, cultura e tradizioni di ogni angolo del globo: si passa dall'Asia con "Samsara", celebre ideologia che si rifà alle religioni di buddismo e induismo con quei suoi dieci minuti di flauto Bansuri suonato dal buon Jacobs, al Messico, con la chitarrina sopita di "A Selfless Act", accompagnata da un tappeto di oscurissima dark-techno, fino alla Siberia di "Baba Yaga's Hut" che riprende la leggenda della strega russa omonima e della sua magica capanna mobile con zampe di gallina (!).
Si giunge poi nei pressi dell'equatore dell'Africa Nera e si danza attoniti vicino al fuoco in attesa del rito di iniziazione, cullati da un soffuso coro lontano e da un incessante incedere di percussioni psichedeliche ("Vibrations Of A Circular Membrane"), e i Ninos du Brasil approvano.
Arrivati in Tibet, abbracciamo la cultura del "throat singing" (!) con "A Millennial Old Adversary", facciamo conoscenza poi della leggenda folkloristica dei lupi mannari "She-Wolf Night Mourning" e finiamo con l'indescrivibile "Canticle Of Creatures", impostato da un synth che assomiglia molto al respiro di un enorme animale assopito.

E così il caro Lucy ci ha spiazzato tutti. Infatuatosi del suono di questi strumenti e forte dell'aiuto di Jacobs, abbandona la materia e ritorna all'organico, alla sostanza, sciamanico e innovativo come fu quel capolavoro totale di Holden, medita a lungo fino a lasciarsi andare in una specie di delirio ambient, a tratti reso teso e inquieto, ma in altre parti raffinato ed emotivo. Un disco unico nel suo genere, che potrebbe segnare uno spartiacque tra le produzioni passate e quelle future non solo dello stesso Lucy ma anche degli altri a venire.

(25/07/2016)

  • Tracklist
  1. Baba Yaga's Hut
  2. Dissonance Emancipation
  3. Vibrations Of A Circular Membrane
  4. A Selfless Act
  5. Meetings With Remarkable Entities
  6. A Millennia Old Adversary
  7. She-Wolf Night Mourning
  8. Samsara
  9. Canticle Of Creatures
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