Lucy Roleff

This Paradise

2016 (Lost And Lonesome) | songwriter, chamber-folk

Il cantautorato, specialmente se affidato all'essenziale formula voce-strumento a corda, è pressoché da sempre questione di sfumature, impercettibili a chi tale forma espressiva la giudica con disinteresse o con aperto disprezzo, densissime di significato a chi invece ne segue le dinamiche e non manca di rilevare profondi discrimini tra le varie proposte. Una formula che, nonostante il fisiologico andirivieni di tendenze e attitudini, sembra proprio non conoscere decadenza di alcun tipo, richiamando attorno a sé un nutrito stuolo di giovani autori, uniti dalla sola essenzialità della propria musica: in questo folto novero di promesse, quello dell'australiana Lucy Roleff è un marchio che vale ben più di una semplice speranza.
Col suo nome a circolare già da qualche anno, sia come progetto solista che come membro di due frizzanti act electro-pop, quello della songstress di Melbourne (ma dalle origini europee, fatto tutt'altro che di secondo conto per la sua formazione) è un talento che proviene da lontano, ma che ha avuto necessità dei suoi tempi per sbocciare in un album vero e proprio. Grazie anche all'interessamento della Lost And Lonesome (responsabile tra l'altro della pubblicazione di lavori di band come Bart & Friends e Lucksmiths), "This Paradise" vede finalmente la luce, e illustra in poco più di mezz'ora la finezza e la maturità di una penna che, con la giusta attenzione, ha le carte in regola per il grande balzo.

A un'analisi primaria si potrebbe tirare fuori tutto l'armamentario lessicale coniato su misura per ogni disco folk impostato su tratti così essenziali, e non vi sarebbero possibilità di smentita. Indubbiamente l'album di Lucy Roleff è un disco scarno, un lavoro teso a un minimalismo estetico capace di mettere in risalto la più leggera variazione d'umore o d'approccio, un progetto che fa dell'atemporalità uno dei propri elementi di forza. Detta così, si fa presto ad archiviarlo come uno tra i tanti lavori sulla stessa falsariga e passare avanti senza battito di ciglio. E invece, basta soffermarsi un secondo in più per rendersi conto che si va molto oltre la solita minestra riscaldata.
Per quanto l'humus che informa il lavoro sia palesemente quello di cui sopra, e per quanto l'aura emanata dalle canzoni della Roleff la avvicini al fascino sacrale di autentici pilastri del genere come Linda Perhacs o Sibylle Baier, in realtà quanto anima l'arte dell'australiana non ha riferimenti concreti, preferendo piuttosto abitare una nicchia che appartiene ad esso in modo esclusivo, frutto di una personalità che non teme confronti.
Priva della circolarità e della pienezza melodica propria dei suoi colleghi inglesi, e allo stesso tempo ben poco tesa a ricercare quel senso di appartenenza roots dei cugini di là dall'oceano, la Roleff compone ballate dal tocco posato, in cui i riferimenti classici della sua formazione filtrano attraverso un'intelligente varietà di scrittura, sparse armonie di chitarra e arpa (l'artista mostra le sue qualità di strumentista manovrando anche un buon numero di legni nel corso del disco) e una strumentazione di contorno dal gusto cameristico (archi, glockenspiel, sassofono, clarinetto, cembali) che contribuisce, con tocchi discreti e delicati, a fornire un intimo supporto all'intenso racconto della cantautrice.

Tesa a dare valore a ogni nota, ogni stilla sonora, la Roleff dipana le sue canzoni con gradualità studiata, strutturando le sue composizioni folk lontano da consuetudini e schemi prestabiliti, con un calore interpretativo che getta un'aura di raffinata compostezza su tutto il lavoro. Il suo canto, nel corso dei dieci brani, illustra quadretti quotidiani (il rigore ipnotico di "Haus", la serenità agreste di "Chasing The Dog"), tratta con interessanti prospettive del più eterno dei temi (l'amore vagabondo di "Every Time", composta su una chitarra dalla storia alquanto peculiare), non esita a parlare con forza di maternità e abbandono. Soggetti così universali vengono esaltati nel loro candore anche grazie all'efficace produzione di Tony Dupé (al lavoro con i Grand Salvo e Holly Throsby), che per l'occasione ha registrato il disco nel suo studio, ricavato in una chiesa centenaria. Grazie alle peculiarità acustiche del luogo, la forte intimità propria delle canzoni viene quindi amplificata a dismisura, riuscendo nell'intento di conferire qualità ambientali a fiati e archi di supporto.
Nella sua atmosfera a un passo dalla psichedelia, il singolo "Aspen" mostra quindi le peculiarità dell'intero lavoro sin dall'incipit, fornendo un saggio della pienezza dei risultati ottenuti dalla Roleff, dotata della rarissima capacità di costruire con un nonnulla un intero universo di colori e sensazioni. Anche in virtù di tali qualità è difficile non salutare con un plauso la ribalta di una simile autrice, nella speranza che una visita anche dalle nostre parti rientri nelle sue mire future.

(03/08/2016)

  • Tracklist
  1. Aspen
  2. Haus
  3. Hotel Interstate
  4. This Paradise
  5. I Held Back The Hair
  6. Chasing The Dog
  7. Every Time
  8. How Will I Get That High?
  9. Two Children
  10. Jessica


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