Lustmord

Dark Matter

2016 (Touch) | dark-ambient

La lunga gestazione di un'opera d'arte può dipendere non soltanto da un'ispirazione intermittente o dalla necessità di rivedere insistentemente ogni dettaglio, inseguendo una propria idea di "perfezione" e compiutezza. A volte quel che manca è un'adeguata materia prima, elementi di base senza i quali certe suggestioni possono risultare falsate, al loro fautore più che a coloro che ne fruiranno in seguito.
Per un maestro di lunga data della dark-ambient come Brian "Lustmord" Williams, elaborare una rappresentazione dell'immenso vuoto cosmico non poteva prescindere dalle seppur minime tracce sonore rilevate e catalogate presso gli istituti astronomici, che hanno così aggiunto un prezioso corpus documentario al patrimonio scientifico dell'umanità.

Gli strumenti della Nasa e di altri importanti osservatorii hanno reso percepibili diversi fenomeni cosmologici che altrimenti non potremmo udire nel loro contesto d'origine, dove ogni equipaggiamento risulta essenziale per isolare il corpo dall'energia distruttiva delle particelle subatomiche. Le registrazioni custodite nei rispettivi archivi sono state effettuate tra il 1993 e il 2003: Williams ha atteso diversi anni prima di poterle ascoltare e solo un anno fa vi ha messo mano per creare "Dark Matter", tra le uscite di punta della Touch per il 2016.

Se in molti casi l'obiettivo ultimo della musica ambient è quello di stabilire un contatto empatico con chi ascolta, ricercando più o meno direttamente certe sensazioni distensive o estatiche, la corrente dark ottiene il proprio effetto perturbante con la negazione del suono armonico, dando paradossalmente voce a un vuoto pneumatico che muova in direzione di un prosciugamento totale, di senso come di tratti estetici.
È l'assenza di legami con la realtà percepita a generare l'orrore atavico e pervasivo di questi tre atti unici. E per dire la verità, se non ne conoscessimo la fonte, sarebbe difficile indovinare la provenienza di questi suoni, foggiati alla stessa maniera dei primi esperimenti glaciali di Thomas Köner come anche della torbida "Blood Music" di Yen Pox, di segno opposto all'origine ma con approdi convergenti nella stessa inumana desolazione.

Il soundscape circoscritto da Lustmord è solo una possibile sintesi di ciò che intende rappresentare, ma è comunque sufficiente a farci immaginare una vastità in minima parte occupata da corpi solidi, talmente sproporzionata da sfuggire alla parola e annullare i termini di confronto con l'esperienza limitata del nostro mondo.
Ogni elemento di un siffatto scenario sembra suggerire che l'avventura si sia spinta oltre un limite invalicabile, troppo al di là della nostra comprensione: in "Subspace" risuonano i lamenti di radar dispersi, fioche spie luminose che galleggiano nel nulla più profondo; "Astronomicon" (forse dal lovecraftiano "Necronomicon"?) ne è l'epicentro impossibile, il crocevia di scie cosmiche che si intersecano esercitando attriti sinistri nella loro mancata collisione.

"Black Static" è un soffio continuo e opprimente che sembra trascinare con sé l'ombra di una forma di vita inconoscibile, un'immagine la cui statura abnorme è offuscata dagli anni luce che ce ne separano. La nostra ricerca è ancora agli inizi, e non sembra esistere un terrore abbastanza sovrastante da scoraggiarla.
Prendete una bella boccata d'ossigeno prima di affrontare questa lunga traversata, sapendo che il ritorno potrebbe non essere un'opzione.

(08/10/2016)

  • Tracklist
  1. Subspace
  2. Astronomicon
  3. Black Static


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