Mamiffer

The World Unseen

2016 (Sige) | dark songwriter, experimental rock

Un persistente dualismo espressivo scandisce la rediviva produzione del progetto Mamiffer: le fitte pubblicazioni degli ultimi anni hanno rivelato la discreta malleabilità stilistica di Faith Coloccia e del marito Aaron Turner (Isis) in relazione ad altri act afferenti all’ambito più scuro della musica drone e del rock sperimentale.
Ma laddove un’opera seconda come “Mare Decendrii” cercava di trovare una sintesi tra cupi scenari ritualistici e un sofferto songwriting, le conformazioni dei progetti successivi hanno finito per tenere distinti quei due caratteri, tra un isolato ritorno in proprio (il debole “Statu Nascendi”) e collaborazioni più o meno riuscite (in ordine decrescente: Daniel Menche, Locrian e Circle).

Con “The World Unseen” Faith e Aaron cercano di ricucire insieme queste due anime, pur elaborandole come atti distinti e complementari di una rappresentazione fortemente evocativa. Il reprise di “Flower Of The Field” dal precedente album apre la strada a una triade di ballate romantiche: il pianoforte accompagna un cantato angelico le cui tinte non si fanno mai pienamente scure, come per la sopraelevata contemplazione notturna di Julia Holter in “Loud City Song”; con la decisiva “Mára” si spalanca addirittura la visione di un coro celeste che rafforza ulteriormente questa analogia, chiudendo il sipario sulla prima parte dell’opera con un apice di commovente lirismo.

Se questi primi passi intendono parlarci di un mondo invisibile poiché celato all’esteriorità del corpo – dunque appartenenti al dominio della poesia – nella suite principale (“Domestication Of The Ewe”) sembra aprirsi lentamente una voragine che conduce nelle profondità insondabili della Terra. Mentre tra una canzone e l’altra la frattura si presagiva soltanto per mezzo di vaghe sospensioni melodiche, essa va concretizzandosi subito dopo: il granuloso tramestio che inaugura la suite tripartita è il preludio a un ben più inquietante addensamento di rumore terreo e acute risonanze che rimanda al recente “Crater”; con l’ostinato su un solo accordo di “Höhle”, Faith sembra scandire una definitiva minaccia dalla solennità tibetiana, nel mezzo del ritualismo drone-doom della chitarra e di un accerchiamento d'archi sommessi, arrangiati e guidati dalla viola di Eyvind Kang senza una marcata espressività.

L’ultimo è quello che potremmo chiamare il momento della profezia, affidato all'intenso sigillo canoro dato dall'intreccio armonico tra la Coloccia e Geneviève Beaulieu dei Menace Ruine, già compagni di tour nel 2012. La tonalità principale viene da ultimo perpetuata in un'eco pervasiva, mentre la memoria del canto è trasferita sulla spessa trama della chitarra, qui nel pieno di un’assorta estasi alla Mono.
Si rivela alfine la direzione ultima, la linea di continuità, proprio nell'ariosa coda di “Parthenogenesis”: la voce di Faith già lontana, come un'epigrafe che il tempo e le sue fatalità stanno cancellando. Sebbene, dunque, la distinzione tra le vocazioni espressive di Mamiffer rimanga piuttosto netta, giunti agli istanti conclusivi non si può che ammirare il compimento di un disegno che sulle prime era impossibile intravedere e che costituisce, se non l’opera più compiuta, probabilmente la più suggestiva sinora firmata dal progetto di Minneapolis.

(28/04/2016)

  • Tracklist
  1. By The Light Of My Body
  2. Flower Of The Field II
  3. 13 Burning Stars
  4. Mára
  5. Domestication Of The Ewe - Part I  (Est Ovum)
  6. Domestication Of The Ewe - Part II (Höhle)
  7. Domestication Of The Ewe - Part III (Divine Virus)
  8. Parthenogenesis


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