Maria Peszek

Karabin

2016 (Warner Music Poland) | art-pop

Maria Peszek è, con netto distacco, l'artista più odiata della Polonia. Ogni sua manifestazione mediatica genera reazioni al limite dell'idrofobia, tempeste di insulti in Rete, critiche al vetriolo dall'ala più conservatrice di giornalisti e opinionisti, e un vispo corollario di minacce anonime.
Più la situazione politica e sociale in Polonia si fa nera, meno Peszek sembra disposta a cedere a compromessi. Avrebbe potuto comodamente accettare il posto di coach nell'edizione polacca di "The Voice", ripristinando almeno in parte la sua immagine pubblica, invece lo ha rifiutato. E ora se ne esce con un lavoro in assetto da guerra sin dalla copertina, giocando più che mai a viso scoperto.

Nonostante tutto ha un suo pubblico fedele, se è vero che ogni suo disco finora ha superato le 50mila copie e che i suoi tour sono un successo. Questo grazie anche all'appoggio di Trójka, storica radio di stampo liberale che, come abbiamo raccontato di recente, non se la sta passando molto bene a causa del nuovo governo. È del resto l'unica radio di grande rilievo che, dal 2010 a oggi, insista a passare i suoi brani.
Brani che sono violenti schiaffi, senza particolari metafore, contro patriottismo, omofobia, fanatismo cattolico, razzismo e tutti i valori più oscuri che serpeggiano nella società polacca. Peszek ovviamente non odia il proprio paese, terra di una ricchezza culturale infinita, ma quella parte della popolazione che ragiona di pancia e che ha portato, le scorse elezioni, alla travolgente vittoria della destra nazionalista e illiberale di Jarosław Kaczyński. E se è vero che simili venti stanno al momento soffiando in tutta Europa, è anche vero che nei paesi dell'ex-blocco sovietico la situazione è più dura ed esporvisi può essere rischioso.

"Karabin" è il quarto album di Maria Peszek, il più coriaceo, forse il più riuscito, ma anche un lavoro nel segno della continuità, che riprende esattamente dove il precedente "Jezus Maria Peszek" aveva lasciato quattro anni fa (l'album venne trattato su OndaRock all'interno dello speciale sulla scena polacca "Lao Che e dintorni").
Si riparte quindi con le basi curate dall'amico Michał Król, giovane produttore e polistrumentista, fautore di un art-pop elettronico che non disprezza tuttavia chitarre e pianoforte. Król sembra ormai avere raggiunto la piena maturità, facendo piazza pulita dei comunque tollerabili difetti di "Jezus Maria Peszek", tipo il retrogusto di alcune bordate di synth, a un passo dalla dance più corriva, che risultava un po' fuori luogo nell'impianto complessivo. L'equilibrio delle basi di "Karabin" è assoluto e lo pone fra i migliori produttori dell'Europa continentale, a fianco del connazionale Emade.

Il martellante electropop teutonico di "Gwiazda" apre la scaletta con i suoi incalzanti vortici minimalisti; "Krew na ulicach" contrappone basse vibrazioni elettroniche a un drammatico puntellare di piano; il singolo "Polska A B C i D" è un morbido inno per handclapping, piano, malinconie tastieristiche in lontananza e ritornello arioso; "Ej Maria" utilizza gli stessi espedienti, ma sfrutta la strategia dell'accumulo e sfocia in un finale dove i tamburi picchiano sincopati e il piano ricorda, anche se solo per un istante, la gloriosa house anni Novanta. È materiale asciutto e raffinato al contempo, si sposa perfettamente ai testi impetuosi di Peszek.

In "Krew na ulicach" canta "Il sangue sulle strade, il rosso nelle teste, nei pensieri e nelle pupille. Il sangue, il sangue sul marciapiede, le mani dei fanatici appiccicose di morte", riferendosi all'intolleranza verso gli immigrati. Trent'anni prima i Republika di "Moja krew" utilizzavano quasi le stesse parole per scagliarsi contro il regime sovietico, a riprova di come l'immaginario artistico locale si stia confrontando con la violenza ormai da molto tempo.
"Jak pistolet", basata su un fatto di cronaca, racconta di due ragazze lesbiche suicidatesi insieme a soli diciassette anni. "Le parole possono ferire, le parole possono uccidere. Ehi polacchi, siamo cattolici, ma dimentichiamo che la parola può farsi corpo esanime, morte. Giacevano all'ombra degli alberi, una di fronte all'altra".

Il pezzo più shockante dell'album è "Modern Holocaust", un affresco apocalittico che mostra un paese, almeno agli occhi dell'autrice, lacerato dalla negatività. Si apre commentando le continue profanazioni dell'arcobaleno di fiori di piazza Zbawiciela a Varsavia, monumento a sostegno dei diritti Lgbt: "Nel mio paese bruciano l'arcobaleno, come un tempo succedeva alla gente nei fienili. Il nostro odio polacco quotidiano, come il pane, come il pranzo in tavola. Ciò che Hitler e Stalin non hanno distrutto, ciò che lo Zomo non ha fottuto con il suo manganello, ciò che il forno di Auschwitz non ha bruciato, lo divorerà il cane rabbioso dell'odio polacco" (nota: lo Zomo era il corpo armato utilizzato per gestire le manifestazioni pubbliche durante il regime sovietico).
Subito dopo, come a suffragare la propria teoria, piazza un piccolo saggio delle tante minacce ricevute nel corso della carriera: "Una lettera, una lettera, una lettera in una busta bianca. Qualcuno, qualcuno mi minaccia di morte. Puzzi di lesbica, merda sinistroide! Stupida cagna, puttanella ebrea! Oggi, oggi su internet mi sono arrivate queste minacce. Ti distruggo, ti faccio a pezzi e tiro l'acqua del cesso! Puzzi di lesbica, merda sinistroide! Hai qualcosa in testa, cagna, ti troverò di sicuro!". Sospinto da un ritmo accartocciato, con tratti percussivi da videogioco e un depresso suono d'organo, è un pezzo di un'intensità allucinante e la vera pietra dello scandalo dell'opera. I conservatori di mezza Polonia sono andati in tilt ascoltandola, come si può facilmente evincere da un rapido sguardo su YouTube.

Anche quando i versi sembrano più moderati, come in "Polska A B C i D", inno a ogni forma di diversità, Peszek non si fa mancare sferzanti vignette sull'eccessiva presenza della religione nelle dinamiche della sua nazione: "Si può istigare con la parola, si può istigare con la preghiera, si può dividere la Polonia, fendere con la croce come un rasoio. Polonia A, Polonia B, Polonia A B C e D". (Il riferimento è anche alla divisione in Polonia A e B, utilizzata da quelle parti per indicare la parte più ricca del paese e quella più povera).

Pur non ripetendo i risultati commerciali dei precedenti album, "Karabin" ha comunque raggiunto il numero 2 della classifica polacca, rimanendo in top 10 per un paio di mesi e confermando Peszek come una figura centrale della scena locale, di cui rappresenta il cane sciolto per antonomasia, troppo famosa per il sottobosco e troppo radicale per il mainstream. Considerando il contesto in cui è stato concepito, è uno dei dischi più coraggiosi che si potessero pubblicare nel 2016, sia per i testi sia per la musica.

Ringrazio come sempre i ragazzi di Polonicult (Francesco Cabras, Salvatore Greco, Luca Palmarini) per le accurate traduzioni dei testi.

(16/06/2016)

  • Tracklist
  1. Gwiazda
  2. Krew na ulicach
  3. Elektryk
  4. Żołnierzyk
  5. Tu i teraz
  6. Jak pistolet
  7. Polska A B C i D
  8. Samotny tata
  9. Ogień
  10. Modern Holocaust
  11. Ej Maria


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