Marillion

F.E.A.R. (Fuck Everyone And Run)

2016 (EarMusic) | progressive-rock

Ci sono cicatrici nei nostri occhi
Da mille addii
È stato fantastico
Puoi scriverlo
Ma io non risponderò
E i Marillion fanno diciotto. La discografia degli albionici raggiunge la maggior età rinforzando una carriera straordinariamente prolifica.
Gli ex-principi del neo-progressive oggi sono profondamente diversi da quelli citati nelle raccolte (molto poco rappresentative, tra l'altro) dei Greatest hits of the Eighties. A dire il vero, molto è cambiato anche nei confronti della cosiddetta "era Steve Hogarth", che dall'89 al 2004 fu altrettanto generosa di vette qualitative quanto purtroppo avara di riscontri mediatici, schiacciata sotto il peso di un nome sempre più difficile da estirpare a un'etichetta alla quale non appartiene più da troppi anni.

"F.E.A.R." è, decisamente, la massima evoluzione di un percorso intrapreso dall'ultimo capolavoro "Marbles", ovvero da quando l'addio del fenomenale produttore Dave Meegan ha fatto spazio all'ascesa di Mike Hunter, vecchia conoscenza tecnica della band.
L'acronimo che intitola il disco nasconde il motto "Fuck Everyone And Run", dal tono decisamente insolito per questi posati Englishmen. Questo finché non ci si imbatte nelle parole di Steve Hogarth:
Questo titolo è nato non con la rabbia o l'intenzione di scioccare. È una frase cantata - nel brano 'New Kings' - con tenerezza, nella tristezza e nella rassegnazione ispirata da un'Inghilterra, e da un mondo, che funziona sempre più nutrendosi della filosofia 'ognuno per sé'.
C'è un senso di presagio che permea gran parte di questo disco. Ho la sensazione che ci stiamo avvicinando a una sorta di profondo cambiamento nel mondo - una tempesta politica, finanziaria, umanitaria e ambientale irreversibili.
Spero di sbagliarmi. Spero che la mia PAURA sia per ciò che 'sembra' si stia avvicinando, e non PAURA di ciò che in realtà 'stia' accadendo.
La tipica malinconia marillica pervade effettivamente tutti i brani dell'album, che è un concept più nella sostanza che nella forma: gli escamotage tipici e cari al progressive-rock, fatti di reprise e testi ricorrenti, sono ridotti al minimo, ma l'aura di timore per il futuro avvolge ogni passaggio con modalità molto vicine a un altro tema concepito con simili modalità, tale "Afraid Of Sunlight".

Parlando strettamente di composizioni e stile, i brani di "F.E.A.R.", praticamente una raccolta di suite, sembrano la naturale evoluzione dei paesaggi sperimentati nel recente passato della band. L'approccio cinematografico e narrativo è in linea con "Gaza" e "Montreal", dal predecessore "Sounds That Can't Be Made" (ma anche con le remote "This Strange Engine", "Interior Lulu" e "Goodbye To All That"). Tuttavia, più che una ripetizione, si ha l'impressione dell'assestamento e consolidamento di un un trademark frutto di quelli che negli ultimi dieci anni sono stati talvolta esperimenti non completamente sviluppati, proponendo finalmente brani del tutto coesi, compiuti e che si snodano con naturalezza nelle loro parti. La motivazione di ciò sta probabilmente in Mike Hunter, il quale sembra abbia raggiunto la crescita e l'intesa necessaria a portare a esprimere il potenziale dei cinque collaboratori, sebbene con un apporto profondamento diverso da quello maniacale (ma prosciugante) di un Meegan.

Il risultato di tanta progressione sta nelle maratone come "The Leavers", mastodontica successione di "quadri di un'esposizione" sulla vita nomade degli artisti: inaffidabili, fuggiaschi e sempre più assuefatti dall'effimera ambrosia del brivido. Scenari variopinti che si snodano tra ritmi elettronici, ballate al pianoforte e ipnosi minimalista di pura scuola Talk Talk, pur susseguendosi con disinvoltura e tensione sempre alta. Esattamente come non accadeva in un disco come "Essence", il più vicino stilisticamente a questo brano.
È da segnalare tra gli altri il ruolo decisivo, ma oscuro, di Mark Kelly, il quale si affianca come protagonistra insieme ai "soliti noti" Hogarth e Rothery. Non si fraintenda però immaginando un apporto virtuosistico del tastierista. Il lavoro di fino eseguito per tutto l'album sostiene le ritmiche e riempie la trama sonora: prima con le gocce di pianoforte e i loop nervosi della sopracitata "The Leavers"; poi tramite l'intelligente uso degli archi synth che "catapultano" gli interventi della chitarra di Rothery e della voce di Steve Hogarth, come nel lunghissimo e potentissimo crescendo che compone il nucleo di "El Dorado". Proprio quest'ultima composizione, dai gustosi richiami ai Floyd di "More" e "Obscured By Clouds", propone una struttura coesa e rocciosa, nel segno di una nuova "Invisible Man" nella quale Hogarth ruggisce:
Tu dici che sta diventando più difficile convivere con me
Sta diventando più difficile
Ma non puoi vedere nella mia testa
Non puoi vedere nella mia testa.
Una delle sorprese maggiori dell'album è "White Paper", un brano che ricalca le sonorità ovattate di una "Wrapped Up In Time", così come lo Sting languido ed etereo di "The Soul Cages". La magia che si verifica in esso sta nel far sembrare semplice e immediato ciò che non lo è: quella che sembra un'introduzione torna nel finale come climax, le strofe crescono, esplodono e i muri di suono si dissolvono in quiete temporanea.
Nei testi ritroviamo lo Steve Hogarth toccante di "Beyond You": l'inconfessabile vergogna di chi vede in una nuova nascita ("Felicità raggiante è arrivata il giorno/ Che il bambino è venuto a noi") il terrore di un amore che si allontana ("Le braccia di un altro/ Sono la mia idea di Inferno"). Non è altro che l'ennesima forma dell'egoismo e della paura, del fuck everyone and run che puntualmente fa capolino come concept de facto dell'opera, tra un'esplosione nervosa ("Quindi, grida se trovi un modo per tornare alla luce e all'aria", "Che fine hanno fatto i colori del fuoco?"), la mesta riflessione ("Non sembra passato tanto/ Da quando eravamo giovani/ Oh, quando eravamo giovani..."), fino all'amara conclusione:
Ero solito stare al centro della scena
È ora che mi comporti da persona matura
E guardare da dietro le quinte, in ombra
Tutte queste belle cose.
Il concept si rinforza con le velenose riflessioni sui poteri forti e sul divario tra potenti e nuovi schiavi di "The New Kings", brano scelto come anteprima dell'album, probabilmente per la sua struttura tutto sommato classica nella quale Steve Rothery scatena la sei corde con rinnovata efficacia.
Infine, emerge uno dei difetti congeniti della band, quel brano che non regge il confronto con il resto. Fortunatamente, sono lontane le cadute plateali alla "Half The World" o "Invisible Ink": "Living in FEAR" è la tipica melodia disimpegnata - sebbene con il tocco di classe di un finale che a sorpresa strizza l'occhio al gospel - ma priva della ricchezza e concretezza di una pop-song realmente efficace.

Concludendo, "F.E.A.R." si rivela una tappa importante, un landmark di un livello tutto sommato inaspettato. Un'importante conferma dopo la lunga attesa seguita al disco di rottura "Somewhere Else" che, pur con punti deboli evidenti, acquisisce a posteriori il ruolo di aver mostrato la via nell'evoluzione a lungo termine della band.
Chi saprà andare oltre ai dettagli interpretativi, ai richiami stilistici verso i lavori passati, alle gare e alle analisi asettiche - tornando al piacere di ascoltare e ammirare un album nel suo insieme - avrà un lavoro profondamente maturo ed emozionante ad accoglierlo.

(04/09/2016)



  • Tracklist
  1. El Dorado
  2. Living in FEAR
  3. The Leavers
  4. White Paper
  5. The New Kings
  6. Tomorrow's New Country
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