Marissa Nadler

Strangers

2016 (Sacred Bones/ Bella Union) | dream-folk

Squadra che vince non si cambia. Così, dopo il riuscito esperimento di "July", Marissa Nadler ribadisce il suo sodalizio, apparentemente innaturale, con il doomer Randall Dunn (Sunn O))), Earth) per "Strangers", il suo ottavo album in dodici anni. E, diciamocelo, in pochi avrebbero scommesso sulle possibilità che l'elisir magico sprigionato dalle "Ballads Of Living And Dying" (2004) potesse resistere così a lungo alle insidie del tempo, mantenendosi sostanzialmente inalterato. Certo, le sue litanie sepolcrali si sono fatte via via meno spoglie: qualche iniezione di elettronica, qualche distorsione di chitarra, qualche spruzzata di ritmo. Ma in fondo è sempre stata Marissa persa nei suoi boschi ghiacciati, con i suoi merletti medievali e i suoi ricami di chitarra, a declamare storie di rimpianto e perdita, di amore e disincanto. Un miracolo, dunque, dovuto probabilmente al formidabile talento melodico della damigella di Boston, alla sua abilità nell'accendere la fiamma dell'emozione in quelle trame invernali così apparentemente monocordi.

"Strangers", però, osa ancor più del predecessore, immergendo il mezzosoprano cristallino della Nadler in un magma ribollente di chitarre processate e riverberi, e intensificando il ricorso al drumming. Al punto che in alcuni casi - e forse per la prima volta nella carriera della cantautrice americana - si finisce col prestare più attenzione ai suoni che alle melodie. Può apparire inappropriato usare la parola "rock", ma diciamo che "Strangers" è la cosa più vicina al rock che la sirena di Mayflower May abbia mai partorito. Prendiamo la marcia solenne di "Hungry Is The Ghost", con una chitarra a sferragliare e un'altra a pulsare ritmo, e con l'aggiunta graduale di synth, pedal steel e piano ad addolcire il fragore delle distorsioni. Oppure l'orchestra-fantasma di "Katie I Know" - uno degli arrangiamenti più stratificati e suggestivi del disco - dove un ritmo robusto si contrappone agli arpeggi della chitarra e alle soffici atmosfere dream-pop pennellate da organo, synth e archi, mentre la voce celestiale di Marissa racconta la fine di una relazione morbosa ("I can't bury all the times they say you'll come back to me/ But I won't count on anything").

Anche gli episodi più pastorali appaiono meno diafani di un tempo, attraversati comunque da una tensione sottile ma palpabile: dal crescendo di giri acustici di "Skyscraper" ai fiati funerei di "Waking" fino al twang quasi western che sfregia la malinconia di "Nothing Feels The Same". Fa eccezione forse la sola elegia finale di "Dissolve", l'episodio più vicino al fingerpicking scarno degli esordi.
Ma ad ampliarsi è anche la gamma dei testi, che dall'autobiografismo muovono verso tematiche più universali, quali la solitudine e la disperazione, con pieghe anche sorprendentemente apocalittiche e surreali. Le sconosciute cui fa riferimento il titolo - ferite, disilluse e sole - forse non sono altro che la proiezione esterna dell'inconscio e dei demoni della loro amorevole creatrice, in un'ideale galleria di figure femminili che spazia da Janie (In Love) a Katie (I Know) fino alla disperata (Shadow Show) Diane in crisi d'identità ("I want to be someone sane, sometime, somebody else").

Un album che nel complesso suona anche più orecchiabile di molti predecessori. E se potesse mai spuntare una hit a nome Marissa Nadler, la maggiore indiziata sarebbe proprio "Janie In Love", naturale singolo dell'album: un'altra lullaby persa nel vento, con le chitarre riverberate e i violini dissonanti a incrinare il rapimento estatico della sua melodia, mentre la voce della Nadler sfuma su tonalità più basse prima dell'esplosione del chorus, puntellata da un beat mai così ponderoso. Il testo, invece, pare quasi una risposta alla "This Tornado Loves You" di Neko Case: "You're a natural disaster/ and I am watching you blow up everything".
Ma la maggior ricchezza dell'impianto sonoro non soffoca la vocalità magnetica della Nadler, lieve come brezza marina tra i rintocchi di piano e i cori di "Divers In The Dust" ("Lying here, on the rocks, with the cliffs disintegrating/ Last I heard, in the end, the waves were scraping city streets"), più noir e spettrale tra i languori country della title track (con chitarra elettrica e pedal steel sugli scudi), né comprime il suo talento melodico, pronto a risbocciare nell'ode rapinosa di "All The Colors Of The Dark", che condensa davvero tutte le sfumature della sua palette espressiva, di una grazia fatata che non è di questo mondo: "This is not your world anymore", proclama - e sembra quasi rivolgersi a se stessa – in un'ipnotica cornice di archi e tastiere.

Se è vero che il vigore delle chitarre e l'uso più intenso di echi e riverberi amplia il pathos, appare invece fuorviante il paragone tentato da alcuni con la Lana Del Rey di "Ultraviolence" e dintorni: manca del tutto quella carnalità da diva erotic-noir, quell'uso lascivo e surreale del formato torch-song. Marissa non ammicca al pop, resta fedele ai rigidi canoni della folksinger e alla visione gotica del suo mondo ancestrale. L'apporto di Dunn alla console, però, la sta gradualmente facendo uscire dal bozzolo della sua timidezza. E chissà che, dopo i tanti gioielli sfornati in questa dozzina d'anni, non sia davvero giunto per lei il momento di agguantare il successo.

(27/05/2016)



  • Tracklist
  1. Divers of The Dust
  2. Katie I Know
  3. Skyscraper
  4. Hungry is the Ghost
  5. All the Colors of the Dark
  6. Strangers
  7. Janie in Love
  8. Waking
  9. Shadow Show Diane
  10. Nothing Feels the Same
  11. Dissolve


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