Matt Elliott

The Calm Before

2016 (Ici D'Ailleurs) | songwriter, sad folk

Il musicista che si ripete è un musicista finito. O almeno così sembrano credere coloro che, nei loro delirii di onnipotenza critica, concepiscono il percorso di un artista solamente nella forma di una una parabola ascendente o discendente, non vedendo di buon occhio tutto ciò che invece si dispiega in maniera lineare, al proprio ritmo e senza alcuna ansia di auto-superamento.

Ormai lo si sa, e nel caso contrario quasi ci si indignerebbe: Matt Elliott è ben capace di farsi attendere per pochi mesi o per tre anni consecutivi, prima di presentarci l’ultimo parto della propria strenua, solipsistica ricerca interiore, che non conosce hype e rimane un appuntamento irrinunciabile solo per chi ne ha compreso la vera ratio.

Sarebbe peraltro un errore di superficialità non accorgersi dello scarto fra la trilogia delle “Songs” - rimasta il nucleo essenziale della sua poetica - e la ripartenza rappresentata dall’introverso e spagnoleggiante “The Broken Man”, apripista per un più sardonico “Only Myocardial Infarction Can Break Your Heart”.

Il nuovo capitolo di questa epopea, sempre nuova nella forma e sempre uguale nello spirito, trova nella title track tutta la sua ragion d’essere, assumendo tinte più che mai cristalline. Paradossalmente, la quiete prima della tempesta non è qui vissuta come un presagio della fine imminente, bensì come la salvezza stessa. Elliott lascia deliberatamente da parte la sua maschera tragica e apre le braccia a un diluvio necessario, a lungo anelato, che si fa strada con immensa eleganza:

And here comes a storm
Just as everything was falling into place
Here’s a storm

There must be a storm
Don’t we need it
Just to clear it
To blow the dust away
Away, to a place where it can never be found
Or thought of again

Beninteso che il senso dell’ineluttabile ha sempre, ossessivamente pervaso ogni ballata di Elliott, ma mai prima d'ora esso si era accompagnato a una simile grazia, a un lirismo così pacificato con l'angoscia che talvolta fa del vivere un fardello insostenibile.
Il complemento agli scarni arpeggi della chitarra sono pianoforte e contrabbasso, che vanno così a formare una sorta di trio jazz sospinto da una ritmica quieta dove ogni martelletto e ogni vibrato ottengono ampio spazio di risonanza. Solo al decimo minuto, raggiunta la piena solidità del segmento strumentale, si aggiungono al coro dei clarinetti umbratili - una breve comparsata che è la definizione stessa del colpo di classe - finché il vento non si alza e ci travolge nella danza di un momento, una folata che conduce il brano a una rincuorante risoluzione in tonalità maggiore.

Ma si tratta pur sempre di una deviazione momentanea, per quanto significativa in un percorso espressivo così sofferto e apparentemente incapace a risollevarsi dalle cadute. “I Only Wanted To Give You Everything” è un degno ritorno ai tango in slow motion degli anni Zero, la lacrimosa accettazione di un amore non corrisposto. E poi un nuovo ingresso in scena per gli ottoni, preludio a un flamenco diabolico a corrente alternata per declamare la caduta di troni e corone, di angeli in ogni caso destinati a perdere le ali (“Wings & Crown”).

Infine, inaspettatamente, giunge una chiusa che ricalca il mood e le note del brano principale, in una chiave malinconica come la richiede un sipario che si abbassa e non si sa quando tornerà a sollevarsi. L’allegoria della caverna come habitat prestabilito da una legge di natura che relega gli outsider in un’eterna solitudine, in attesa del cenno che riveli loro il senso ultimo di quel mal du siècle inestinguibile, un istante prima del tuono.

Oh darkness please whisper my name
Whisper the rules of this here game

(01/03/2016)

  • Tracklist
  1. A Beginning
  2. The Calm Before
  3. The Feast Of St. Stephen
  4. I Only Wanted To Give You Everything
  5. Wings & Crown
  6. The Allegory Of The Cave

 

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